Lo studio di Giorgio Morandi

Uno spazio da conservare senza equivoci né distorsioni

di Marilena Pasquali

 

L’importanza dello studio

Giorgio Morandi vive il suo rapporto con l’arte e realizza la sua opera quasi esclusivamente entro le pareti del suo studio: quello di Bologna, soprattutto, e negli ultimi quattro anni (nelle estati tra il 1960 e il 1963) quello di Grizzana.

L’atelier per Morandi non è soltanto un luogo di lavoro, quanto lo spazio in cui vita e opera s’incontrano e diventano una cosa sola. Nell’atelier convivono la piùminuta realtà e la vita quotidiana (nello stesso ambiente, molto luminoso, che per Morandi è luogo di lavoro e camera da letto) insieme al tempo della riflessione e all’impegno della realizzazione dell’opera.

Di giorno, sempre e soltanto con la luce naturale, Morandi qui dipinge e incide (e dal 1956 alla primavera del 1964, cioè nei quasi otto anni della pensione, quando non deve più recarsi in Accademia per le sue lezioni di Tecniche dell’Incisione, egli “vive” molto di più il suo atelier e produce molto di più); la sera, alla luce di una sola, debole lampadina centrale, può solo disegnare, e pensare e forse leggere. Sempre in mezzo agli odori della pittura – olio, trementina, acquaragia – qui dorme sullo spartano letto “alla turca” che, durante il giorno, gli serve anche come diverso punto d’osservazione dei suoi lavori, diverso per distanza e altezza. Qui respira la sua luce che proviene dall’unica, grande finestra aperta sul cortile, una finestra-balcone cui a volte si affaccia per guardare le sue rose e l’ulivo donatogli da Lamberto Vitali e proveniente dalla sua casa di Pescia.

Lo studio è uno spazio che respira e si dilata intorno a Morandi, è la proiezione della sua mente, è l’unità di misura a cui tutto viene rapportato, è la controprova fisica della ricerca delle leggi segrete della natura – su basi teorico- matematiche – che l’artista persegue per tutta la vita, è il luogo della trasformazione del pensiero in immagine.

 

Tutto ciò che lo abita ha un proprio ruolo, perché nulla è privo di significato nell’universo morandiano e può essere accantonato ma non dimenticato: come egli stesso confida all’amico Arnaldo Beccaria in una delle pochissime interviste concesse,[1]«Ho molto rispetto per gli oggetti che ho usato almeno una volta».

È per questa ragione che l’artista conserva tutto – biglietti ferroviari e di mostre, fiammiferi consumati, noci e frutti dell’ippocastano, sassi a cromie raffinatissime sulla scala dei grigi, santini ingialliti e appunti frettolosi agli angoli di frammenti di carta ingialliti. Tutto è cosa, è parte del reale, del suoreale e come tale va analizzato e rispettato.

 

Quando nello studio non c’è più posto per i nuovi “modelli” che via via Morandi trova, scegliendoli unicamente per il loro valore formale (non affettivo, non funzionale, ma esclusivamente formale), gli oggetti che non vengono più da lui utilizzati vanno spostati in un luogo limitrofo e facilmente raggiungibile, quasi una zona d’ombra in cui il passare dei giorni lascia sedimentare sulle superfici degli oggetti non più usati, ma sempre ugualmente considerati, la polvere del tempo.

Si sapeva che accanto allo studio doveva esserci un ripostiglio, ma nessuno vi era più entrato dalla morte dalla morte di Morandi. Su indicazione di Maria Teresa Morandi (la sorella più giovane dell’artista, artefice della grande donazione che nel 1993 ha dato origine al Museo Morandi) e proprio in previsione dell’apertura del museo e della ricostruzione nei suoi spazi dello studio con tutte le suppellettili originali, in un pomeriggio di febbraio ormai quasi al crepuscolo aprii una piccola porta dissimulata nel muro dietro al torchio da incisione. E così, nella luce sempre più scarsa, vidi per la prima volta il luogo angusto, ricolmo, affollato, della memoria morandiana, un metro quadro scarso in cui riposavano alcune delle cose più amate dall’artista: i manichini e gli altri arnesi della metafisica, la serie dei vasi “barocchi” usati per i suoi mazzi di rose di seta, le forme sfrangiate delle grandi conchiglie dipinte tra il 1940 e il 1943, la grande bottiglia scannellata, la testa di burattino di una vecchia incisione. Infine, sui ripiani di una nicchia a sinistra si allineavano vasi trasparenti colmi di pigmenti colorati: un’intera gamma di verdi (c’è chi dice che nei paesaggi di Morandi non si trova un punto di verde uguale all’altro) e poi terra di Siena e ocra romana, bianco di zinco e di argento, rosso e giallo di cadmio, blu oltremare e una squillante cromia rosso-salmone.

Terre preziose di cui Morandi, come un artista del passato, si serve almeno fino agli anni Trenta, per poi passare ai colori industriali dei marchi più accreditati, dall’inglese Winsor & Newton alla francese Lacroix[2]. E comunque non si allenta la sua estrema attenzione verso tutto ciò di cui ha bisogno per realizzare un dipinto, un’incisione, un disegno, un acquerello. Egli sceglie infatti tutto ciò che di meglio può offrire il campo della mesticheria: tele di grammatura raffinatissima, professionali carte Fabriano su cui il pennello o la matita possano scorrere senza inciampi, telai di legno ben stagionato, cornici lineari se possibile del Seicento e in ogni caso sempre molto semplici e non invasive, atte a delimitare il campo dell’immagine senza sovrapporvisi.

Lo studio diviene così per lui il parametro dell’esistenza, scatola geometrico-prospettica dalle pareti protettrici in cui tutto si tiene, “gabbia”, hortus conclusus, palcoscenico, in cui Morandi pensa e agisce nella tridimensionalità, così come sulla superficie bidimensionale dell’opera – tela o carta che sia – rispetta le coordinate cartesiane, componendo ogni figura in uno spazio pre-determinato.

Anche lo spazio dell’opera rispetta infatti la stessa logica, assumendo i connotati di una scatola come spesso avviene nell’arte del XX secolo, dalle “cassette” della Metafisica alle pagine “squisite” care al Surrealismo, dai collages di Kurt Schwitters ai Drawing boxesdi Joseph Cornell.

 

Le vicende dello studio di Morandi

Lo studio originale (1933-1993)[3]

Morandi muore il 18 giugno 1964. In breve le tre sorelle si trasferiscono a centro metri di distanza (in Strada Maggiore 85, proprio di fronte all’ingresso di Via Fondazza) in un appartamento nuovo e dotato dei comfort “moderni” (telefono, televisione, lavatrice). Ma non abbandonano la vecchia casa di famiglia, continuano a pagarne l’affitto e vi ospitano una coppia di “custodi” che abitano tutto l’appartamento eccetto la camera-studio dell’artista (l’ultima, in fondo all’appartamento, la più tranquilla e riservata) e la stanza che funge da sua introduzione, dove dormiva la sorella Dina (per l’artista, una sorta di “camera di decompressione” tra il quotidiano e l’atelier, una soglia per ogni volta ritrovare la concentrazione necessaria al suo lavoro).

In questo modo, grazie al rispetto e alla consapevolezza culturale della famiglia, lo studio si salva e per quasi trent’anni ancora resta intatto nel silenzio.

Vi possono accedere pochi, selezionati visitatori autorizzati dalle sorelle: qualche artista-fotografo come Jean-Michel Folon, nel 1985, e Luigi Ghirri nel 1989[4]), qualche ospite di riguardo (Giulio Andreotti ancora, nel 1992).

 

 Il trasferimento al Museo Morandi (1993-2009)

Tra le clausole  della donazione modale dell’ottobre 1991, generosissimo dono di Maria Teresa Morandi alla Città di Bologna (162 opere, e ancora lo studio, la biblioteca e la raccolta d’arte antica del fratello),oltre alla condizione fondamentale della collocazione del nuovo museo in Palazzo d’Accursio (questa è addirittura lo «scopo» dichiarato della donazione),Maria Teresaindica esplicitamente  il trasferimento dello studio a Palazzo d’Accursio: «Clausole della donazione: 2- Della medesima raccolta farà parte lo “studio” di Giorgio Morandi che sarà fedelmente ricostruito con i materiali oggetto di donazione».

Nella prima parte del 1993, in previsione del trasferimento di opere, arredi e suppellettili a Palazzo d’Accursio, vengono compiuti alcuni atti fondamentali che io seguo in prima persona, in qualità di responsabile del nuovo museo:[5]

  • Gianni Berengo Gardin viene incaricato di fotografare lo studio originale in ogni sua parte e dettaglio. Ne nasce un volume, pubblicato in occasione dell’inaugurazione del nuovo museo il 4 ottobre 1993.[6]
  • In collaborazione con l’Ufficio Edilizia Monumentale del Comune di Bologna e con la Facoltà di Architettura dell’Università di Bologna, si procede a una rilevazione i dei dati e dei rapporti spaziali tra mobili, suppellettili e oggetti presenti nella camera-studio.
  • Su questa base e per poter ricostruire con la massima esattezza la situazione logistica dello spazio originale, viene ricavato uno spazio identico in una stanza specifica all’interno del percorso del museo, fatto salvo un unico, obbligato cambiamento: per mostrare interamente le tre pareti “utili”, cioè quelle dove si trovano i ripiani e i modelli dell’artista, ci si affaccia allo studio ricostruito dalla quarta parete, quella in cui nello studio originale si apre la grande finestra. In questo modo si perde oggettivamente parte della luce che entrava nella camera-studio di Morandi, anche se tutto il museo, situato al piano più alto dell’antico palazzo comunale, gode proprio della stessa luce proveniente dai colli che cingono la città da sud.
  • Nel mese di agosto si passa al trasloco vero e proprio ma, prima di esser imballato, ogni oggetto, modello o carta viene fotografato, archiviato e catalogato come pezzo singolo e in rapporto a tutto ciò che ha accanto. Questo consente di risistemare ogni cosa senza errori significativi.

 

La ricostruzione dello studio in Via Fondazza (2009)

Nell’intervista pubblicata nel catalogo della mostra Lawrence Carroll e una natura morta di Giorgio Morandi,[7]l’artista statunitense dichiara: «Morandi è per me fonte di grande ispirazione. Sono molto colpito dal fatto che sia riuscito a trovare tanta ricchezza inmateriali semplicissimi, in un lavoro a scala ridotta che ha una grandissima forza. […]Sono stato al museo, a Bologna, quattro o cinque volte, ho passato giornate intere a guardare i suoi dipinti e poi tornavo a comprare cataloghi, a disegnare dai suoi quadri… in questo museo hanno una replica esatta del suo studio; tutti gli oggetti rimasti nello studio alla sua morte sono stati risistemati in questa stanza. Queste sono tracce, e ho passato ore nello studio a guardare l’orologio appeso alla parete, il suo cappello, i suoi libri, la sua sedia, gli appunti sulla parete. I piccoli appunti scritti da Morandi stesso e i libri che stava leggendo: questi sono indizi. Dopo la morte di qualcuno il suo lavoro e quegli indizi ci rimangono, e da questi possiamo cercare di intuire che tipo di persona fosse. Non sappiamo veramente com’era Morandi, ma gli indizi che ci ha lasciato indicano che stava cercando di capire se stesso. […] Morandi mi ha dimostrato che non ti serve molto per essere un artista, serve solo la tua mente, la tua vulnerabilità, la tua imperfezione. Ciò è diventato molto importante per il mio lavoro».

Naturalmente il museo cui Carroll si riferisce è il Museo Morandi in Palazzo d’Accursio, aperto nel 1993 (io l’ho diretto per otto anni, dal 1993 al 2001, quando ho dato le dimissioni dal museo e dal Comune di Bologna per fondare il Centro Studi Morandi) e poi nel 2012 svuotato e abbandonato per una deprecabile decisione dei responsabili comunali, che hanno preferito portare tutte le opere al MAMbo.

Ma già nel 2009 il Museo Morandi viene depotenziato, privandolo di quello strumento essenziale che era la ricostruzione fedele dello studio e dei suoi oggetti (mobili, suppellettili e modelli morandiani).

In quell’anno l’Amministrazione comunale decide di riportare lo studio nella casa di via Fondazza e ne affida la risistemazione al “garante” della Donazione Morandi, Carlo Zucchini (ma che cosa ha garantito questo arredatore-consulente di collezionisti privati, peraltro privo di basi scientifiche e pronto a cambiar parere col mutar del vento?) e all’architetto Massimo Josa Ghini, noto per i suoi oggetti di design e per le sue «installazioni culturali e commerciali, e catene di negozi» (cito dal suo profilo su Wikipedia, in cui il suo intervento per Casa Morandi non è neppure citato) piuttosto che per interventi nel mondo dei musei.[8]

Il risultato del lavoro di questa strana coppia è una restituzione infedele dell’atelier dell’artista,ricostruzione viziata da un’interpretazione post-moderna del tutto estranea alla poetica e al mondo dell’artista, e da una falsa metodologia museografica che solo in apparenza osserva e rispetta i canoni di una corretta ricollocazione museale.

Questi i punti deboli del progetto e della sua messa in opera:

  • Scarsa conoscenza o trascuratezza delle notazioni storico-biografiche(un solo, piccolo esempio: nel sito web dell’Istituzione Bologna Musei – Casa Morandi, si afferma che questo è l’appartamento in cui l’artista vive e lavora dal 1910 al 1964,[9]mentre si sa che fino al 1933 la famiglia Morandi abita un altro appartamento con l’entrata al n. 34 – attuale n.38 – di Via Fondazza[10]).
  • Mancanza di rispetto per l’accuratezza e la fedeltà filologicadella ricostruzione. Basta confrontare la disposizione degli oggetti sul “tavolo tondo”, ben visibile in una foto di Gianni Berengo Gardin del 1993, con quella che si vede in uno scatto recente pubblicato sul sito ufficiale di Casa Morandi, per rendersi conto del fatto che i modelli morandiani sono stati ricollocati sui ripiani un po’ a casaccio, senza rispettare la collocazione originale, almeno quella che era giunta fino a noi nel 1993.
  • Lettura e presentazione dei modelli dell’artista come “feticci”e non come materiale di conoscenza e approfondimento del suo metodo di lavoro. È sufficiente lasciar parlare le immagini del “nuovo” studio, così come si possono vedere nel sito ufficiale di Casa Morandi.

Nella prima, presa dentro l’atelier, compare nella proiezione-video una foto dell’artista che aleggia nel vuoto come un ectoplasma (si noti anche la finestra rigorosamente chiusa… e dire che una delle critiche alla ricostruzione dello studio in una sala del Museo era proprio quella di aver «tradito la luce di Morandi», quella luce che qui viene completamente bandita!).

La seconda foto mostra la stanza antecedente lo studio, un tempo camera della sorella Dina e ora “salottino” da arredatore piccolo-borghese, dove le opere d’arte antica raccolte da Morandi (che non erano assolutamente qui) sono messe come bravi soldatini una vicina all’altra, “normalizzate” e rese musealmente asettiche proprio mentre fanno finta di riproporre la vita quotidiana dell’artista e della sua famiglia.

La terza foto è forse ancora più esplicita nel suo gelido e solo apparente rigore: in primo piano, nella teca a sinistra, si riconoscono le sagome delle cosiddette “bottiglie persiane”, così importanti e frequenti nei dipinti morandiani, qui però del tutto isolate dal contesto, senza i quadri, e banalmente “messe in vetrina” da un solerte vetrinista, quello stesso che con la stessa logica da boutique ha disposto nelle teche di fronte altri pezzi della raccolta morandiana, incisioni di Rembrandt, reperti di scavo e altre cosucce.

  • Trasformazione totale degli spazi, senza alcuna considerazione per la loro storica, vissuta destinazione d’uso. Una trasformazione indubbiamente più adatta allo show-room di un rivenditore d’auto che a un’abitazione della prima metà del Novecento. Da questi spazi così impersonali sembrano bandite di proposito l’atmosfera, la luce, la vita di Morandi; le imperfezioni del quotidiano e il suo sapore; il piacere della scoperta e l’immersione in un mondo ormai lontano che però, fortunatamente, ci portiamo tutti dentro.

In sostanza, piuttosto che una casa-studio dove – come sottolinea Lawrence Carroll – si possano cogliere le «tracce» di una vita, gli «indizi» di un lavoro creativo, Casa Morandi è stata riprogettata come un piccolo, asettico museo che magari rispetta apparentemente i più ovvi canoni museografici ma nel quale ciò si avverte immediatamente è proprio l’assenza dell’artista.

Come indica con chiarezza Maria Teresa Morandi nel suo atto di donazione, lo studio doveva stare insieme alle opere come loro naturale cornice e completamento. Se però lo si è voluto riportare nel suo luogo d’origine, in Via Fondazza, almeno bisognava rimettere tutto a posto così com’era, “in pristino stato”, e non tradire tanto platealmente lo spirito del luogo e di chi lo ha abitato e reso unico.

Quello che è stato realizzato nel 2009 è un semplice “doppione” in piccolo del Museo Morandi, un doppione di cui, in quel momento, non si sentiva certamente la necessità, a meno che (con il senno di poi è facile pensare male…) non ci fosse già in pectore l’intenzione di chiudere il museo per trasferire le opere al MAMbo, lasciando soltanto il “museino” di Via Fondazza – sempre chiuso  e dove tutt’al più si fa ogni tanto una mostrina di fotografia o di design – come foglia di fico a coprire le vergogne di chi in Morandi non ha mai creduto se non per sfruttarne la fama per fini diversi (cercar di portare più gente al MAMbo; scambiare opere e mostre di Morandi con quelle dell’ultimo nome di moda; fregiarsi per un po’ dell’aura di Morandi come fiore all’occhiello, come tappa di qualche peso in carriere che considerano Bologna, i suoi artisti i suoi musei soltanto come gradini per ascese più o meno trionfali).

Altro che «studio del faber» o «spazio eloquente»[11]! Casa Morandi, così com’è oggi, può essere tutt’al più vista come omaggio dovuto, ma poco partecipe, inutile e di maniera, a uno dei più grandi artisti del XX secolo.

4 settembre 2019

[1]Cfr. Arnaldo Beccaria,Visita a Morandi, in “La Botte e il violino”, n. 2, Roma, 1964.

[2]Sono testimonianza dell’accuratezza scrupolosa con cui l’artista sceglie i suoi materiali le numerose richieste di nuovi colori, tagli di tela, blocchi di carta che nelle sue lettere egli rivolge ad amici studiosi e collezionisti – da Cesare Brandi a Lamberto Vitali, da Emilio Jesi a Francesco Paolo Ingrao – tutte persone che viaggiano molto e che hanno dunque la possibilità di comperare alla fonte i tanto desiderati materiali. Tali carteggi  sono conservati nell’Archivio del Centro Studi Morandi di Bologna.

[3]Nel 1910, dopo la morte del padre Andrea, Maria Maccaferri Morandi e i suoi quattro figli – Giorgio, Anna, Dina e la piccola Maria Teresa – si trasferiscono in Via Fondazza da Via degli Orbi, l’attuale Via Turati fuori Porta Saragozza (zona più “scelta”, dove abita la nuova borghesia della città. Ma con la scomparsa del padre la situazione finanziaria della famiglia, pur aiutata dai parenti benestanti della madre, evidentemente impone una drastica riduzione delle spese… ). Solo nel maggio 1933 la famiglia si sposterà dal n. 34 al n. 32(attuale n. 36) – un ingresso e una scala diversi ma sempre lo stesso palazzo e lo stesso proprietario – a causa delle condizioni di luce della camera-studio di Giorgio, compromesse dalla costruzione di alcuni edifici in Via del Piombo. Secondo la testimonianza di Maria Teresa, da me raccolta il 5 marzo 1992, questa prima camera-studio, a noi sconosciuta, guardava verso la piazzetta oggi intitolata all’artista ed «era più comoda, perché la sua porta era esattamente di fronte alla porta d’ingresso, così che chi veniva a trovarlo andava direttamente lì e noi di famiglia spesso non lo vedevamo neppure. C’era un letto con i riccioli, il cassettone del dipinto del 1919 e un mobilino intarsiato». Ben più spartana sarà la nuova sistemazione, quella definitiva, dello studio di Morandi nel nuovo appartamento al n. 36, con una rete con materasso per letto, un comodino lineare e, tutt’intorno, solo gli strumenti del mestiere: il cavalletto, i tre ripiani da lavoro e i “modelli” da dipingere! Ma la luce che entra dalla grande finestra sul cortile è quella giusta e qui Morandi lavorerà per altri trent’anni (l’unico rimpianto – nostro, ma forse anche suo – è che nel trasloco da un appartamento all’altro vanno perduti tutti i documenti dei primi anni, lettere e testimonianze che sarebbero state preziosissime per far luce sulla giovinezza di un artista anche troppo restio a parlare di sé e del proprio lavoro).

[4]Dalle visite incantate di Folon e Ghirri nasceranno due tra i più straordinari libri fotografici sullo studio di Morandi: Jean-Michel Folon, Fiori di Giorgio Morandi, con una poesia di Giovanni Testori, Milano, Alice, 1985; Luigi Ghirri,Atelier Morandi, Bari, Palomar, 19921– 20022.

[5]Tra le clausole della donazione di Maria Teresa Morandi figura anche l’incarico alla sottoscritta della responsabilità del Museo Morandi.

[6]Gianni Berengo Gardin, Lo studio di Giorgio Morandi, testo introduttivo di Marilena Pasquali,Lo studio di Morandi e l’occhio del fotografo, Milano, Charta, 1993.

[7]Lawrence Carroll, intervista a cura di Elena Ramos,Verona, Studio La Città, maggio 1996.

[8]Così si legge nella biografia dell’architetto-designer, pubblicata  nel sito “Floor Nature. Architecture & Surfaces”:«Attivo in tutti i campi del design, progetta aree e strutture per il trasporto, architetture commerciali e spazi museali ed è “fautore di un’estetica della velocità e della fluidità” (Treccani).
Sono in particolare i molti lavori realizzati per celebri brand internazionali a imporlo come uno dei punti di riferimento del settore nel panorama del design contemporaneo. Iosa Ghini ha infatti realizzato showroom e stores per attività commerciali di noti marchi quali Ferrari, IBM Italia, Seat Pagine Gialle, Alitalia […]». In campo museografico si ricorda il suo progetto per il Museo Maserati a Modena e quello per il restyling della Galleria Museo Ferrari a Maranello (2004)». Ma che c’entra Morandi con la velocità, la fluidità, gli showroom, le stazioni, la Maserati e la Ferrari? Lasciamo questo interrogativo ai soloni del MAMbo…

[9]Cfr. www.museibologna.it(consultato il 4 settembre 2019): «Casa Morandi è l’originale dimora dove il Maestro bolognese ha vissuto e lavorato dal 1910 al 1964.
In via Fondazza 36 è proposto un percorso che racconta i principali momenti della vita di Morandi, i rapporti con la famiglia, la formazione artistica e gli incontri con personalità del mondo del cinema e dell’arte».

[10]Cfr. in proposito la nota 3.

[11]Il 10 giugno scorso si è tenuta a Palazzo Reale, a Milano, la Giornata di studi “Spazi eloquenti. Case, atelier, studi del faber fra sistema e valorizzazione”, curata da Anna Mazzantiper il Politecnico, il Comune di Milano e la Casa-Museo Boschi Di Stefano, nell’ambito di ricerca del Gruppo D.E.S.Y.- Dipartimento di Design, Politecnico di Milano. Anche la più che discutibile ricostruzione di Casa Morandi è stata oggetto di analisi e di approfondimento, sulla base della mia relazione Lo studio di Giorgio Morandi, luogo di vita quotidiana e di creazione artistica. Uno spazio tra conservazione e trasformazione.

 

 

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Le ragioni di un rifiuto

Lettere e appunti inediti di Giorgio Morandi sul saggio monografico di Francesco Arcangeli

(1960-1963)

di Marilena Pasquali[1]

 

Da tempo penso di dedicare uno studio alla vicenda delle profonde divergenze e della conseguente rottura determinatasi tra Morandi e Arcangeli per il saggio monografico che lo storico dell’arte scrisse tra il luglio-agosto del 1960 e il dicembre del 1961, su incarico dell’artista e per sua specifica volontà.[2]E’ una storia difficile e dolorosa – e, tutto sommato, molto privata, tutta loro – che magari potrebbe passare sotto silenzio, se non si trattasse di una vicenda emblematica di come, per chi sente davvero l’arte e la cultura come parte inscindibile del vivere, come la sostanza stessa della vita, una disputa d’ordine meramente critico ed interpretativo possa divenire causa di lacerazioni profonde che straziano chi ne è coinvolto in prima persona, con tutto il corteo di incomprensioni, equivoci, sofferenze ed interventi – quasi sempre peggiorativi – da parte di chi assiste da vicino al progressivo deteriorarsi dei rapporti fra i protagonisti, fino alla loro rottura lacerante e definitiva.

Ci si potrebbe chiedere se i quarantacinque anni trascorsi da quei primissimi anni Sessanta in cui si consumò questo vero e proprio dramma, non siano sufficienti a spegnere non solo la passione  ma anche la curiosità (in definitiva, perché una storia come questa ci dovrebbe ancora interessare? in che cosa può riguardarci oggi? che cosa ci può dare, far capire, insegnare?). Forse   la risposta sta proprio nell’intensità dei sentimenti suscitati da una diatriba intellettuale, purtroppo trasformatasi in reciproca indisponibilità, testardaggine e chiusura. Un’intensità che ancora ci tocca e ci coinvolge, perché rivela di come – quando si toccano problemi di fondo, valori e contenuti essenziali per le proprie scelte di vita, per la propria stessa identità – allora purtroppo (ma, forse, giustamente) possano andare in crisi anche i rapporti più saldi, i sodalizi più validi, fondati, fino al momento della crisi, sulla condivisione piena di principi e prospettive.

Da tredici anni conservo un’ampia documentazione d’archivio inedita, affidatami da Maria Teresa Morandi pochi mesi dopo l’apertura del museo monografico dedicato al fratello maggiore, un insieme assai significativo di carteggi con numerosi protagonisti dell’arte e della cultura in Italia tra gli anni Trenta ed i primi anni Sessanta. Tra questi, compaiono anche diversi documenti relativi alla vicenda Morandi-Arcangeli: lettere tra loro e di Gino Ghiringhelli, Roberto Longhi, Cesare Brandi,  Lamberto Vitali, Mino Maccari ed altri interlocutori, alle quali vanno accostate, per intrecciare le voci e restituire la sequenza cronologica dei fatti, le lettere di Morandi a loro via via pervenute, ora gentilmente  concesse dalle rispettive famiglie ed eredi, ai quali va il mio ringraziamento più sentito per la sensibilità culturale, la fiducia e la disponibilità dimostratemi.

Ai carteggi si unisce un fondamentale insieme di appunti inediti dell’artista, ‘glosse’ sintetiche al testo arcangeliano stilate durante la sua puntuale lettura per fissare i punti principali di quella successiva discussione con l’autore che Morandi ritiene indispensabile.[3]

Fino ad oggi, nonostante abbia sempre considerato particolarmente importante questa vicenda proprio per comprendere l’artista nelle sue motivazioni più vere (ed anche per sentirlo, almeno una volta, ‘parlare’ senza schermi, in prima persona) ho ritenuto preferibile non rendere noto questo materiale anche per non riaprire vecchie ferite in due persone a me care che la ‘querelle’ hanno vissuto e sofferto da vicino: la stessa Maria Teresa Morandi – poi scomparsa nell’agosto 1994, dopo avere almeno avuto la soddisfazione di assistere all’apertura di quel «museo nel cuore di Bologna»  auspicato insieme a Cesare Brandi[4]da tanta parte della cultura italiana e internazionale – e Bianca Arcangeli, sorella minore dello studioso, purtroppo scomparsa all’inizio di questa estate.

Mi ripromettevo, per non turbare le amiche, di lasciar passare altro tempo prima di dare alle stampe questi documenti, fondamentali per una visione complessiva della vicenda. Ora, però, altri hanno riaperto il ‘caso’, prendendo spunto dall’importante – anzi, necessaria – pubblicazione da parte di Luca Cesari della Stesura originaria ineditadel saggio arcangeliano, presentazione e testo corredati di un ricco apparato di note e documenti, messi a disposizione degli studiosi e di quanti hanno a cuore la storia dell’arte e della cultura in Italia. Quello di Luca Cèsari è un contributo davvero notevole, che ha il pregio indiscutibile di portare numerosi tasselli inediti alla costruzione di una storia indubbiamente assai complessa e sfaccettata, ma che si rivela del tutto sbilanciato nell’attribuzione di ragioni e torti in una vicenda penosissima per entrambi i suoi protagonisti.

Anche Bianca Arcangeli, con la quale per tanti anni ho condiviso l’avventura del Museo Morandi ed anche un tentativo, purtroppo infruttuoso, di far ripubblicare da Einaudi la loro edizione del saggio, da troppo tempo esaurita;[5]anche Bianca, dicevo, mi ha detto più e più volte che la lite sul testo e la conseguente, definitiva rottura fra i due aveva portato sia a suo fratello che a Morandi soltanto dolore e solitudine: entrambi avevano sofferto molto ed erano usciti da quel difficilissimo periodo, tra l’estate 1961 e la primavera 1962, assai provati e molto più soli.

Oggi – in alcuni, forse, per antichi rancori mai sopiti e in altri per insufficiente conoscenza dei fatti accaduti e delle persone coinvolte –  si tende da più parti a banalizzare e a forzare l’accaduto, facendo di Arcangeli la vittima e di Morandi il carnefice, colui che non ha capito la grandezza dello scritto arcangeliano e che per miopia o peggio l’ha rifiutato, procurando allo studioso gravi crisi nervose sfociate dieci anni più tardi nella sua morte prematura.[6]

Morandi viene presentato come un artista «conservatore» viziato da una «lettura puristica»,   con una «sensibilità accomodata  dentro le calme e auree acque predisposte per lui da Venturi, Brandi, Argan, Longhi…» e che quindi non comprende quanto Arcangeli sta facendo per lui,   «portandolo in Europa» per «traghettarlo fuori di Elicona e invitarlo a una passeggiata galileiana dentro al mondo».[7]Ciò provocherebbe in Morandi  un «disappunto caparbio e risentito» e, addirittura, «una probabile ostinazione senile»![8]E pensare che la filosofia di Galileo è sempre stata alla base della poetica morandiana[9]e che questi ultimi sono gli anni di molte fra le sue opere più alte,  quelle composizioni di dolorosa bellezza che stanno come sofferte aperture di un dialogo con la morte che non dimentica però la difficile bellezza del mondo e della sua trasposizione in icona; quei paesaggi svuotati di materia e pur così densi di natura, come se un senso cocente di perdita, una prematura nostalgia del «visibile» (questo è il reale per l’artista, dimensione mentale e sensoriale tutta filtrata attraverso lo sguardo) affollassero lo spazio dell’opera di presenze amate – lo spigolo di un tetto che ‘fa limite’ contro l’azzurro del cielo,  una cascata di verde smagrito che arruffa il primo piano, il gioco araldico di ombre e luci che si spartisce le forme – per affacciarsi ancora una volta, forse l’ultima, allo spazio della scena.

Sarebbe dunque questo il vecchio ostinato, affetto da senilità, dalla «personalità solenne e severa, ma anche altera e sprezzante», «arcigna e risentita»?.[10]E pensare che un testimone autorevole e degno di fede come Mario Luzi dipinge con ben altri accenti il carattere e l’indole dell’artista: «Era un riservato ma assai ben disposto amico capace di prendere a pretesto l’ignoranza del giovane forestiero [lo stesso poeta, trasferitosi a Parma  nell’ottobre del 1938 e che aveva preso l’abitudine di andare a trovare Morandi nei pomeriggi di sabato] per uscire con lui per Bologna, bellissima nei suoi itinerari, percorrerne le vie, i porticati, le piazze, occhieggiare  nei cortili e nei placidi giardini interni, accostarsi ai suoi grandi o minori artisti. Nessun artista aveva la cultura artistica di Morandi»[11]. Ma se si preferisce pensare al Morandi settantenne, quello del dissidio con Arcangeli, allora può venire in aiuto un’altra voce, lontana ma interessantissima. E’ John Berger a parlare: «La mia ipotesi è che la sua solitudine, il suo bisogno di riservatezza, la routine quotidiana e la ripetizione degli stessi temi per tutta la vita abbiano finito negli ultimi anni per farne un uomo davvero difficile, nel senso di caparbio, irascibile, diffidente. E’ tuttavia possibile che, proprio come ogni città ha bisogno di un certo numero di scapoli, ogni periodo artistico abbia bisogno da qualche parte di un eremita rabbiosamente caparbio che borbotta sottovoce contro l’eccessiva semplificazione. In arte la tentazione di riuscire gradito in maniera troppo facile è sempre in agguato; si accompagna al mestiere. La caparbietà degli eremiti, abituati al fallimento,  è la grazia redentrice dell’arte. Prima di Morandi, nel diciannovesimo secolo, ci sono stati Cézanne e Van Gogh; dopo di lui, Nicholas De Staël o Rothko. Pittori molto diversi fra loro ma con un aspetto in comune: un costante (e per loro implacabile) senso dello scopo»[12]

 

Credo oggi mio dovere pubblicare, scomparsa anche l’ultima interprete diretta della vicenda, i documenti (appunti e lettere) che conservo per volontà di Maria Teresa Morandi, in modo da far sentire anche la voce di Morandi – le sue parole, le sue riflessioni, la sua profonda amarezza – e far meglio conoscere le ragioni di un rifiuto che certamente gli è costato moltissimo e che ha provocato una lacerazione insanabile in un rapporto fondante – un «rapporto d’origine», come lo definisce Arcangeli, quasi da padre a figlio – che durava dalla seconda metà degli anni Trenta (è lo studioso, di quindici anni più giovane di Morandi, a segnare l’incipit lontano della lora conoscenza proprio in apertura della sua monografia: «Ricordo la lunghissima, implacabile estate del 1928, le passeggiate e le soste, in solitudine, ai Giardini della mia città, con mio fratello Gaetano: parlavamo poco fra noi, ma certo, poeta, […] fu il primo maestro della mia sensibilità; forse senza nemmeno volerlo. Standogli accanto, credo, maturarono in me le disposizioni che mi fecero amare senza indugio, come se mi fossero state dentro da sempre, le prime riproduzioni di Morandi, qualche tempo più tardi (viste dove e quando non ricordo più esattamente»).

Dopo il 1962, per i due anni che ancora gli restano da vivere, Morandi sarà ancora più solo e amareggiato. In Arcangeli si aggraverà il disagio psichico che ha iniziato a manifestarsi  già attorno ai 22-23 anni, nel 1937-’38, e che andrà precipitando con la scomparsa dell’adorata madre, proprio nell’estate del 1962.[13]Insieme ed accanto a loro, sta il terzo protagonista di quei lunghi mesi vissuti in un’altalena di discussioni, rilanci, chiusure, sospetti reciproci ed inutili tentativi di mediazione: è Gino Ghiringhelli – amico, gallerista ed editore di Morandi  con la sua prestigiosa Galleria del Milione, a Milano – che risulterà coinvolto fino in fondo in ciò che accade, tanto da morire per un attacco di cuore nell’agosto del 1964, soltanto due mesi dopo la scomparsa di Morandi.

E poi c’è Roberto Longhi, maestro di Arcangeli ed estimatore di Morandi fin da quel lontano 1934 in cui, davanti alla platea del Senato accademico l’aveva ‘consacrato’ come «l’ultimo degli Incamminati». Sono assolutamente d’accordo con lui nel ritenere l’arte di Morandi «una traiettoria ben tesa»,[14]un percorso sempre al diapason che non conosce soste né cadute fino alle estreme, altissime prove del 1961-1964 e che richiede all’artista una concentrazione continua, totale e senza cedimenti né concessioni a se stesso, ancor prima che a quanti gli sono vicini, Arcangeli compreso. Forse è un comportamento «cinico» – come questi lo definisce – ma certamente è l’unico possibile se si possiede quel «senso implacabile dello scopo» intuito per Morandi e per altri, pochi, ‘grandissimi’ da John Berger.[15]

A fine marzo del 1962 Longhi viene invitato ad esser giudice della ‘querelle’ Morandi-Arcangeli. Con l’accordo di tutte le parti, il 30 marzo Gino Ghiringhelli gli manda il dattiloscritto con le seconda stesura del saggio e dopo dieci giorni Longhi risponde con due lettere, la prima – del 10 aprile – indirizzata ad Arcangeli  e la seconda del 12 aprile per Gino Ghiringhelli (non è stata trovata alcuna missiva a Morandi).[16]In questa Longhi ripete quanto ha già detto a voce e per iscritto all’antico allievo, cioè che «il libro, come sostanza, c’è già; soltanto non è ancora “fatto”. La struttura vi è ancora nascosta dalla pletora dei riferimenti sia retrospettivi che anticipanti. Occorrerebbe, a mio parere, sfrondarlo, pausarlo, equilibrarlo; ma dalle parti valide già in essere verrà fuori, già si vede, il libro principe che tutti attendono su Morandi e che nessun altro sarebbe in grado di fare» (nella lettera ad Arcangeli il tono è un po’ più spiccio: «L’analisi del percorso è splendida […] Ma tutto ciò è troppo spesso soffocato dalla eccessiva ambientazione bolognese-italiana-europea che tu hai voluto dargli […] a furia di ambientare si sbocconcella l’arrosto in pro’ del contorno»).

Più o meno sottovoce, Longhi viene rimproverato di esser stato troppo salomonico e di avere in sostanza appoggiato Morandi per non contrariarlo e soffrire a sua volta dei suoi strali. Ritengo invece che il suo sia un giudizio responsabile ed equilibrato nella distribuzione di torti e ragioni fra i due attori del dramma. Conoscendo – credo – a fondo il testo arcangeliano ed ancor più oggi, dopo aver letto nella stesura originale le parti espunte dall’edizione del 1964, penso anch’io che lo scritto sia ricco di pagine bellissime, di pathos profondo e di altrettanto alta meditazione, persino commoventi (come non pensare alle parole che lo studioso dedica alle opere morandiane degli anni di guerra, tra il 1942 e il 1944, con quell’incipit dilatato – «Che grandi stagioni quelle di Morandi in quel tempo, a Bologna e a Grizzana!» – e quella forza di passione che per un attimo si acquieta nella contemplazione di «qualche grande immagine di solitudine estrema e mortalmente serena»?). A fronte di queste vere ‘illuminazioni’, anzi, tutt’intorno a loro, credo però che vi sia troppo «contorno», troppe digressioni e che, in fin dei conti, questo di Arcangeli sia essenzialmente il ‘suo’ Morandi, un’interpretazione critica bellissima ma molto personale, in cui c’è di sicuro tutto Arcangeli ma forse non abbastanza Morandi, non sempre condivisibile e certamente, lecitamente criticabile in certi suoi risvolti ed affermazioni.

 

Il dissidio e la conseguente rottura avvengono dunque per motivi unicamente artistico-critici ed entrambi i ‘contendenti’ hanno ragione, o – meglio – le loro ragioni e i loro torti: Arcangeli ha il diritto culturale di leggere Morandi come meglio crede e di esprimere con tutta l’energia necessaria le sue opinioni. Morandi ha il diritto di non essere d’accordo su specifici riferimenti e sulla più complessiva impostazione ‘allargata’ del discorso critico.

Arcangeli rivendica la sua piena libertà di espressione e giudizio come autore del saggio; Morandi chiede il rispetto delle sue opinioni e cerca più e più volte di spiegare al critico che, trattando il libro di lui e della sua arte, chi lo leggerà sarà legittimato a pensare che egli condivida nella sostanza e nelle singole parti quanto in detto volume è contenuto.[17]E’ peraltro abitudine ben nota di Morandi quella di leggere e correggere i testi a lui dedicati: questo varrà anche per Lamberto Vitali, a cui viene affidato il compito, sempre più difficile, di redigere il nuovo testo per la monografia dopo il rifiuto di quello arcangeliano ma che oppone all’artista un carattere ben più fermo,[18]ed è valso in passato, ad esempio, anche per Vitale Bloch, estensore della breve introduzione al volumetto del Milione, Morandi. Sei tavole a colori, edito nel 1955. Scrive infatti l’artista, in una lettera fino ad oggi inedita e conservata presso il Centro Studi Morandi: «Caro Ghiringhelli, […] ho pensato che, riguardo il testo di Bloch sarebbe opportuno fare una piccola variazione che certo anche Bloch approverebbe. Cioè invece di “e altrettanto estraneo gli è l’atteggiamento spirituale del ‘patron’ Braque”, correggere così “e altrettanto estraneo gli è l’atteggiamento spirituale di George [sic!] Braque”. Questo perché Braque è morto. George ha lo stesso numero di lettere di ‘patron’. Desidererei questo perché se avessi conosciuto il testo prima che fosse pubblicato, avrei pregato Bloch di fare questa piccola correzione. Oggi, inoltre, dopo la scomparsa di Braque, mi sembra doveroso far questo». E’ credibile che Arcangeli non conoscesse benissimo e da sempre questo costante atteggiamento morandiano, una regola di comportamento che non deriva da un banale, un po’ meschino desiderio di quieto vivere, ma da un ben più profondo e vitale rispetto, quello stesso rispetto che, così come lo riconosce agli altri, egli pretende per sé?

Le questioni sul tappeto sono fondamentali, tanto che – col senno di poi – non si scorge fin dal sorgere delle prime divergenze una concreta possibilità di incontro o di compromesso. Ha sbagliato Morandi a scegliere Arcangeli per la sua più importante monografia; ha sbagliato Arcangeli a credere di poter portare Morandi sulle sue, diverse e per certi versi persino antitetiche, posizioni critiche.[19]Si illude Morandi di poter ‘far ragionare’ Arcangeli e si illude quest’ultimo di poter convincere Morandi. Le lettere qui pubblicate, nella loro sequenza serrata e quasi drammatica, ne sono testimonianza evidente: Arcangeli scalpita e soffre; Morandi si inquieta e soffre. Uno ‘scalda’ la questione, l’altro la gela.

Il risultato finale di questi dolorosi sei mesi – dal novembre 1961 all’aprile 1962 – non può essere che la fine, non desiderata né gradita da entrambi, di un rapporto che è molto più che un’amicizia. E sul dissidio ‘spingono’ molte altre persone: dalle sorelle di Morandi, ingenerosamente e rozzamente presentate[20]come ‘virago’ gelose che azzannano chiunque tenti di avvicinarsi al fratello (ma la Dina è davvero inflessibile e di certo non aiuta a sanare la frattura) agli amici pittori di Arcangeli – Mandelli, Morlotti, Vacchi – che  fors’anche con le migliori intenzioni non aiutano in nulla lo studioso a cercar di comprendere le ragioni dell’altro; da chi tenta, almeno a parole, di far da paciere, ed è il caso di Cesare Gnudi, pur, nei fatti, troppo sbilanciato a favore di Arcangeli, a chi, da lontano e con prudenza, raccomanda comprensione e tolleranza (e questi sono, tra gli altri, Lamberto Vitali e Vitale Bloch che ripetutamente consigliano la riconciliazione[21]).

E poi, come grigio sfondo alla vicenda, si distende la sonnacchiosa, provinciale, chiacchierona, ipocrita Bologna dell’arte, quella che non ha mai amato ed ancor oggi sopporta a stento Morandi, forse per il suo sarcastico, tagliente rifiuto dei tanti ‘comprimari’, o forse – più probabilmente – per il suo livello artistico e culturale tanto più alto di quello di una città a cui, comunque, si sente legato da un complesso, soffocante e pur inscindibile vincolo di odio-amore.

 

Ma quali sono in sintesi le principali divergenze fra l’autore e il suo artista? Non basta ricordare l’appunto inedito di Arcangeli ora pubblicato da Luca Cesari:[22]«Punti di dissenso fondamentali / Brandi e colleghi. / Metafisica. / Ronda. / Strapaese. Ottocento. / Biennale.».  Il problema è indubbiamente più vasto e articolato. Proviamo ad affrontarlo, avvalendoci della lettura del testo, della consultazione dei ‘foglietti’ morandiani restati per quarantacinque anni silenziosi fra le pagine di un libro di Morandi e qui per la prima volta resi noti, e dell’altrettanto inedita corrispondenza pubblicata in appendice, che va ad arricchire e forse a far leggere sotto una diversa luce i già interessantissimi documenti rintracciati da Luca Cesari a casa Arcangeli e pubblicati nella recente edizione della monografia.

A mio avviso, vi è in primo luogo un problema metodologico di fondo. Arcangeli considera questo come il libro della sua vita: in sostanza – e come riconosce egli stesso – si tratta del primo vero libro che a quarantacinque anni si trova a scrivere, e quindi vuole ‘metterci tutto’, tutto quello che sa e tutto quello che vuol far sapere, fino ad ampliare l’analisi all’intera arte europea del XX secolo con raffronti che, al di là del giusto o dello sbagliato, allargano troppo il campo di osservazione facendo a volte perdere di vista l’oggetto primo dello studio, Giorgio Morandi.

Vi è in tutto ciò anche un, pur comprensibile, desiderio di rivincita ed un’altrettanto comprensibile pretesa di riconoscimento: scrive infatti lo studioso a Gino Ghiringhelli l’ 11 febbraio 1960:[23]«Quando avrò fatto il libro su Morandi, che è ormai un tabù (e in un paese conformista come l’Italia i tabù  sono la base di tutto) questa condizione dovrebbe mutare, nel senso di non esporre i  miei artisti agli attacchi più brutali e insidiosi e nel senso di potermi concedere qualche lusso». Morandi diviene quindi per lui una sorta di ‘chiave universale’ per aprire completamente a lui ed ai ‘suoi’ artisti le porte dell’arte contemporanea internazionale. Ma Morandi non è d’accordo e ritiene che molta parte del «contorno» che Arcangeli mette nel suo scritto sia «inutile» (parola pesantissima questa, per lui!), un po’ perché molti dei riferimenti gli paiono forzati e non giustificati, ed un po’ perché, da uomo di sintesi e di silenzio qual è, non ama e non comprende le lunghe digressioni cui il critico si lascia andare, siano quelle sulle Biennali di Venezia degli anni Venti o quelle sulla politica italiana d’anteguerra e del dopoguerra.

Secondo punto di dissenso, per Morandi gravissimo, sta in quello che invece Arcangeli considera un normale gioco di fioretto fra studiosi: sottolineare le differenze critiche ed anche accentuare i distinguo in nome e al fuoco di una vis combattiva che certamente l’artista non può condividere, schivo com’è da ogni coinvolgimento polemico. Colui che, sempre, si raccomanda di lasciarlo in pace con e per il suo lavoro,[24]non può evidentemente approvare gli attacchi, davvero troppo reiterati, che Arcangeli muove a Brandi (di cui Morandi – come afferma ripetutamente – approva incondizionatamente  e con ragione lo scritto del 1939-1942 ed i successivi interventi critici) così come ad Argan, Pallucchini, Venturi. Questi per Morandi sono amici, sono fra le poche persone che stima davvero,  ed egli non intende di sicuro ‘disturbarli’ con osservazioni critiche e contrapposizioni che, proprio per la paventata identificazione fra autore e artista oggetto dell’indagine, potrebbero venire attribuite anche a lui, in una sorta di indesiderata corresponsabilità.

Altra fonte di guai, agli occhi di Morandi, è l’abitudine un po’ ingenua di Arcangeli di proporre paragoni continui fra lui ed altri artisti italiani ed europei (e persino con Eugenio Montale), confronti tutti a vantaggio di Morandi, che per Arcangeli resta sempre e comunque il punto di riferimento ineludibile, l’interprete primo e finanche il precursore di quanto di meglio, in Europa, l’arte ha saputo dare a partire dai primi anni del XX secolo. In altre parole, Arcangeli per ‘alzare’ Morandi, tende ad ‘abbassare’ tutti gli altri, per non parlare di quegli artisti che rappresentano per lui vere e proprie ‘bestie nere’, primo fra tutti quel «talentoso Picasso», cui invece Morandi sente di dovere molto e che comunque osserva e stima fin dagli anni Dieci.

E, in ultimo ma non di minore significato e peso, ci sono alcuni nodi critici specifici che Morandi non condivide proprio. Infatti, fra le tante osservazioni giuste ed anzi affascinanti che Arcangeli suggerisce, ve ne sono alcune anche oggi ardue da condividere e che esplicitamente Morandi non accetta: il «Morandi paesano», dall’«indimostrabile» ma «patetico e fermissimo sapore ottocentesco» (proprio quello che egli sente di aver combattutto per tutta la vita e con tutta la sua opera!), e il Morandi «capostipite di una storia che si propaga variamente in Fautrier, Dubuffet…», «una sorta di Wols e Fautrier, casalingo». No, proprio no; il Morandi che, anche nei momenti di più dolorosa «discesa agli inferi» (e questo è un bellissimo, trascinante passo di Arcangeli che, in conformità alla sua indole inquieta, ‘sente’ maggiormente il Morandi più sulfureo e dionisiaco) salvaguarda e difende persino ‘con i denti’ il suo appiglio al reale, il suo rispettare l’impianto formale dell’immagine, non può accettare di venire indicato come il precursore dell’informel europeo, anche a costo di rompere con il critico che, dopo e così diversamente da Cesare Brandi, più ha sentito vicino e che ora dimostra caparbiamente di non comprenderlo in alcuni snodi fondamentali della sua poetica.

 

Sono questioni fondamentali, per l’uno e per l’altro, e la rottura su questi punti è di quelle senza via d’uscita e che non lasciano scampo. Pur mantenendo senza cedimenti la propria posizione, entrambi tentano a lungo di trovare una via d’uscita – Arcangeli cerca di chiarire e di chiarirsi ed in alcuni momenti prova anche a ‘blandire’ Morandi; questi con autentica pazienza spiega e rispiega allo studioso perché gli sia impossibile accettare certe sue posizioni. E pensare che, da quando si conoscono, l’artista più anziano ha sostenuto con discrezione e fermezza  il giovane promettente che ha visto crescere e maturare e che questi gli ha sempre manifestato una sorta di venerazione; senza trascurare il fatto che, per i lunghi anni – dal 1951[25]al 1960 – in cui Arcangeli, pure già incaricato di scrivere il saggio introduttivo della monografia, non riesce a trovare la spinta necessaria ad iniziare, è proprio Morandi a difenderlo con Gino Ghiringhelli che scalpita e chiede risultati.  Se ne trova una prova nella lettera che il gallerista invia all’artista il 4 febbraio 1957: «Caro Morandi, ho ricevuto la sua lettera del 2 corr. proprio mentre stavo per incominciare a stendere la lettera per Arcangeli. Lei è sempre per me, e penso per tanti altri, almeno per tutti coloro che sanno intendere i moti dell’anima, colui al quale giova volgere la mente per prendere esempio di come fare delle nostre azioni atti meditati che conducano alla saggezza. Grazie perciò a Lei, caro Morandi, per avermi, con le sue brevi righe, indotto a meditare come convenga con l’amico Arcangeli. Non dubiti, pur avendo un grande desiderio di giungere ad una conclusione della sua monografia, userò la massima delicatezza verso il nostro amico che lo possa indurre  non a risentirsi, ma a mettersi al lavoro con lena e con la convinzione di dedicarsi finalmente a un’opera che costituirà il vanto per tutta la sua futura attività di critico. Gli scriverò quindi un semplice biglietto per invitarlo a venire presto a Milano per dedicarmi qualche ora senza la solita compagnia dei Testori & C.  ».[26]

 

A nulla valgono gli anni passati insieme, i ricordi e i progetti comuni, le reiterate dichiarazioni di stima e di volontà di salvare il salvabile, uniti a ripicche e sospetti che dall’una e dall’altra parte si fanno sempre più pesanti. Le strade si sono divise, le diversità di fondo sono venute a galla e ciascuno dovrà continuare da solo: Arcangeli, sempre più fragile e spaventato, andrà avanti ancora per dodici, difficilissimi anni segnati da un’altalena di ricadute nella malattia e di scatti d’energia vitale; Morandi, per quei due anni scarsi che ancora gli restano, vivrà una condizione esistenziale sempre più risentita ed amareggiata, ma che gli porta anche quella completa concentrazione in solitudine che sola, forse, può condurlo alla nitida geometria dell’anima dei suoi ultimi capolavori.

Arcangeli, forse ‘raffreddato’ dalla difficoltà del rapporto con Morandi ed ormai con la voglia di ‘chiudere’, non dedica al suo lavoro tardo – la straordinaria stagione del «Morandi ultimo»,[27]cui la critica internazionale più accreditata riserva da anni un riconoscimento condiviso – la stessa attenzione, passione e minuzia di analisi che ha tributato a tutto il suo precedente percorso artistico. Delle 343 pagine dell’edizione del 1964, soltanto 35 sono dedicate all’ «ultimo periodo» di Morandi,[28]ed oltretutto questo per il critico inizia subito dopo la guerra, nel 1946-’48, per prolungarsi, senza mutamenti particolarmente significativi, per ben quindici anni fino alle opere ultime. Pare quasi che anche Arcangeli (come molti tra i più vecchi esegeti morandiani, fatta esclusione proprio per Brandi, Longhi e Pallucchini, da lui così spesso criticati) ritenga che, ormai, Morandi abbia già detto tutto, o quasi, e che la trasformazione tutta interna della sua opera tra il 1950 e gli anni Sessanta non meriti un’attenzione specifica e un rinnovato sforzo critico.

Sì, Arcangeli mette assai spesso in relazione l’opera morandiana con la pittura italiana e europea degli anni Cinquanta, ma non lo fa tra opere coeve, perché di Morandi considera preferibilmente quelle dipinte entro il 1943. Certo, dedica ancora una pagina bella al concetto di ‘variante’ nelle nature morte del dopoguerra, ammirando «s’intende, le mirabili variazioni formali di cui Morandi è maestro ineguagliabile», e pur sottolinea, «a rendere più viva la presenza di Morandi in questo dopoguerra», la sua «‘evidenza’ nella presentazione delle cose». Ma – e qui forse sta un limite della lettura arcangeliana dell’arte di Morandi – considera «la sua pittura degli ultimi vent’anni» come la «meno avventurosa», la definisce «una carta tranquilla», «una fondamentale carta di riserva fra le mani dell’uomo-uomo». E non vede come, al di là delle «antiche verità artistiche e morali» che si possono riconoscere nell’arte di Morandi, ciò che veramente importa sono la difficile attualità della sua arrischiata indagine sul rapporto spazio-tempo (irrisolta tensione alla durata, ricerca percettiva a tutto campo, apertura del ‘corpo’ fisico dell’oggetto allo spazio circostante) e l’altissima qualità poetica delle sue opere tarde.

Nell’ultimissima pagina del suo libro Arcangeli ‘vede’ gli straordinari, struggenti Paesaggidel 1960-’61 e li definisce «indimenticabili», ma poi conclude con queste parole: «Così trascorre ancora, ridestata da una sua mirabile stasi, la vicenda dell’artista, dell’uomo Morandi».

Forse l’artista, nel suo rifiuto sofferto del testo, ha avvertito anche questo in Arcangeli: una non consonanza di sensibilità e di pensiero con il suo lavoro del dopoguerra, opera complessa e gigantesca che non può davvero esser letta riduttivamente soltanto come una «una mirabile stasi».

 

 

Marilena Pasquali                                                                                                               agosto 2007

 

NOTE

[1]Cfr. Marilena Pasquali, Giorgio Morandi. Saggi e ricerche 1990-2007, Firenze, Noèdizioni, 2007, pp. 205.217.

[2]Cfr. Francesco Arcangeli, Giorgio Morandi, Milano, Edizioni del Milione, 1964 (seconda edizione riveduta, 1968). Terza edizione, Torino, Einaudi, 1981. Quarta edizione, Stesura originaria inedita, con introduzione, apparati e note a cura di Luca Cesari, Torino, Allemandi, 2007.

Per una storia sintetica della monografia, cfr. Appendice II. Lettere inedite 1959-1963,qui e in M. Pasquali,cit., 2007, pp. 233-256.

[3]Cfr.per i ‘foglietti’ morandiani,Appendice I. Appunti inediti di Giorgio Morandi, qui e in M. Pasquali, cit., 2007, pp. 219-232; per le lettere, Appendice II. Lettere inedite 1959-1963,cit.

[4]Cfr. Cesare Brandi, Morandi merita un museo nel cuore di Bologna, in “Il Corriere della Sera”, Milano, 23 dicembre 1983.

[5]Bianca Arcangeli ha fatto parte dal 1995 al 2001 del Comitato direttivo degli “Amici del Museo Morandi”, associazione che affianca l’istituto nella programmazione e nella promozione delle sue attività. Nel 1999, scrissi anche a nome suo ai responsabili della casa editrice Einaudi, chiedendo ufficialmente – nella mia qualifica di responsabile del museo – la ristampa dell’edizione 1981 del Morandidi Arcangeli, da tempo esaurita e per la quale veniva offerta la collaborazione del museo per la stesura dell’apparato di note e bibliografia. La risposta fu negativa, in quanto la ristampa ragionata del volume non rientrava «nei programmi editoriali».

[6]Già nel 1992 Pompilio Mandelli, artista bolognese molto vicino ad Arcangeli e da questi considerato tra i protagonisti assoluti del suo “ultimo naturalismo” di matrice informale, comprende nel suo volume di memorie, Via delle Belle Arti (Bologna, Nuova Alfa) un capitolo riservato a Il ‘Morandi di Francesco Arcangeli’, testo ripubblicato con il titolo di Storia di una monografiain Accademia Clementina Atti e Memorie, n. 35-36, Bologna, 1995-1996, e poi, ancora sotto questo titolo ma rivisto e ampliato, nella nuova edizione di Via delle Belle Arti (Bologna, Minerva, 2002). Nel 2006 Andrea Emilianiriprende la testimonianza di Mandelli, accentuando la posizione pro-Arcangeli, nel suo testo Il “Morandi” di Arcangeli. Lo specchio infranto, testo in catalogo della mostra curata da Claudio Spadoni, Turner Monet Pollock. Dal romanticismo all’informale. Omaggio a Francesco Arcangeli, Ravenna, MAR (Milano, Electa).

Come anticipazioni o recensioni dell’edizione 2007 escono in primavera-estate alcuni articoli che, senza portare nuovi elementi di riflessione e per lo più accogliendo senza troppi distinguo la tesi di fondo del curatore Luca Cèsari (quello di Arcangeli è il più importante testo critico su Morandi; questi non l’ha capito e l’ha rifiutato per eccesso di chiusura mentale e di cultura idealistico-crociana; il dissenso ha nei fatti fatto sì che Arcangeli «si ammali di nervi in modo irrecuperabile dopo la grande delusione morale»). Si ricordano, fra gli altri, gli articoli di Simone Facchinettisu “Il Manifesto” del 10 maggio (Il Morandi di Arcangeli), di Marco Vallorasu “La Stampa” del 15 maggio 2007 (Morandi. Lo schiaffo al critico prediletto) e di Gillo Dorflessu “Il Corriere della Sera” del 7 agosto (Il Morandi “autocensurato”. Ecco la biografia bocciata dal maestro). Molto più equilibrato ed approfondito si dimostra invece l’articolo di FabrizioD’Amicoche compare su “La Repubblica” del 14 luglio 2007 (Giorgio Morandi. Il gran rifiuto).

[7]Cfr. Luca Cèsari, Torna il celebre “Morandi” di Arcangeli reintegrato con i brani censurati, in “Il Giornale dell’Arte”, n. 262, febbraio 2997, p. 41 e 43.

[8]Cfr. A. Emiliani, cit., 2006, p. 58.

[9]Cfr. Giorgio Morandi, intervista per “The Voice of America”, 25 aprile 1957, pubblicata in L. Vitali, Morandi. Catalogo generale, cit., Aggiunte alla 1° edizione, 1983²: «Ricordava Galileo: il vero libro della filosofia, il libro della natura, è scritto in caratteri estranei al nostro alfabeto. Questi caratteri sono: triangoli, quadrati, cerchi, sfere, piramidi, coni e altre figure geometriche. Il pensiero galileiano  lo sento vivo entro la mia antica convinzione che i sentimenti e le immagini suscitati dal mondo visibile, che è mondo formale, sono molto difficilmente esprimibili, o forse inesprimibili, con le parole. Sono infatti sentimenti che non hanno alcun rapporto o ne hanno uno molto indiretto con gli affetti e con gli interessi quotidiani,  in quanto sono determinati appunto dalle forme, dai colori, dallo spazio, dalla luce».

[10]Cfr. A, Emiliani, cit., 2006, p. 59.

[11]Cfr. Mario Luzi, L’iniziazione a Morandi, in cat. della mostraOggetti e stati d’animo, cit., Brescia, Palazzo Martinengo, 1996 (cat. Milano, Skira, p. 19).

[12]Cfr. John Berger, Sacche di resistenza, Milano, Giano, 2003, p.106.

[13]Per i primi problemi nervosi di Arcangeli, cfr. Tina Longhi Graziani, cit., vol. II, Le Lettere.  Il 30 settembre 1937, quasi al termine della lettera che Graziani manda al suo «caro professore», Roberto Longhi, il giovane annota: «Arcangeli va molto bene davvero: è nuovo anzi» (ibidem, p.160). E nella lettera di Roberto Longhi a Giorgio Morandi, senza indicazione di data ma degli ultimi giorni del 1937 (conservata nell’archivio del Centro Studi Morandi), si legge: «Caro Morandi, i miei auguri per un buon 1938! […] Arcangeli e Graziani, scrivendomi, mi parlano sempre di lei; ed io Le sono grato per l’amicizia e l’appoggio mentale che Ella offre loro. Cosa le pare dello stato di Arcangeli? Dalle lettere che mi scrive non riesco a capire bene».

Come si apprende dalla Cronologia(cfr. Tina Longhi Graziani, cit., p. 140), dopo la discussione della sua tesi su Jacopo di Paolo (10 novembre 1937), dal febbraio al luglio del 1938 il ventitreenne Francesco soffre di un secondo esaurimento nervoso, tanto che Alberto Graziani, rivolgendosi ancora a Longhi il 6 giugno 1938, così scrive:  «Lavoro dosando le forze; cerco anche di aiutare Momi, che è terribilmente stanco e ha un sorriso lento che mi fa tanta pena» (ibidem, p. 164).

Per la scomparsa della madre di Arcangeli, cfr. in Appendice II, la lettera di questi a Morandi del 14 agosto 1962, in cui oltre a ringraziare l’artista per la sua partecipazione al lutto che ha colpito lui ed i fratelli Nino, Gaetano e Bianca, lo studioso racconta con parole semplici e toccanti la notte passata accanto alla salma della madre: «L’abbiamo vegliata tutti quattro la notte intera, e quei pochi che l’hanno vista hanno detto quello che sembrava a noi di vedere: che era tanto bella nel letto di morte. E’ stata una notte lunga, straziante, dolce: c’era solo il vento, i grilli, le farfalline notturne, e pochi fiori intorno a lei. Siamo contenti, almeno, che sia stata vegliata a lungo anche dalla natura, e che fossero venute le stelle, dopo la prima pioggia d’agosto». Pagina di dolcezza struggente, che racconta non solo del legame, mai spezzato, che unisce Momi alla madre, ma anche del rapporto di fiducia e confidenza piena che lo lega a Morandi. La lettera è anche prova del fatto che, a questa data e per quanto la rottura sul testo si sia già consumata, la relazione fra i due non è ancora giunta al punto di non ritorno. Le cose peggioreranno ancora e certamente non soltanto per loro responsabilità, ma, come testimonia una seconda lettera di Arcangeli scritta lo stesso 14 agosto a Ennio Morlotti, il critico a questa data nutre già parecchio rancore nei confronti di Morandi: dopo aver parlato del funerale della madre, così esclama «Per domani, caro Ennio, forse dovevo scriverti queste cose; forse questo è ‘sentimento’; può darsi, me ne frego. Mi piace essere come sono, e non vorrei mai ridurmi a essere come Morandi; a forza di sfottere i sentimenti eccolo cinico, circondato solo da gente fasulla. Mi ha mandato in telegramma profondamente addolorato. Bene, gli ho scritto con affetto, anche troppo. Ma finché non avrà capito da solo il suo cinismo nei mei riguardi, non tornerò mai da lui. Non è solo la sua opera che gli piace al mondo?  Se la tenga; io le ho reso e gli ho reso un omaggio anche troppo imponente, ormai». (Cfr. Massimo Ferretti, Europei di terre antiche. Lettere fra Morlotti e Arcangeli, in Andrea Buzzoni,Morlotti. Opere 1940-1992, cat. della mostra, Ferrara, Galleria Civica d’Arte Modena, 1994, p. 31).

[14]Cfr. Roberto Longhi, Exit Morandi, cit., 1964, in Da Cimabue a Morandi, cit. 19.., p.

[15]Cfr. John Berger,cit., 2003, p. 106.

[16]Cfr., per la lettera ad Arcangeli, L. Cèsari, cit., p. 664-665; per la seconda, a Ghiringhelli, Appendice II.

[17]Cfr lettera di Morandi ad Arcangeli del 5 ottobre 1961 (in Luca Cèsari, cit, p.652-653: «[…] Come già a voce le ho detto, in una pubblicazione a me interamente dedicata, le persone chiamate in causa penseranno, con ragione, che io condivida pienamente i giudizi espressi a loro riguardo». E, di nuovo, un mese dopo, nella lettera scritta a Grizzana il 6 novembre ibidem, p. 254): «Caro Arcangeli, credo opportuno, ancora una volta, per l’ultima volta, pregarLa di riconsiderare ciò che a voce, tante volte, Le ho detto e raccomandato. Di astenersi cioè da inutili polemiche nel testo che Lei prepara per la mia monografia: particolarmente riguardo a Cassou, ad Argan e soprattutto a Cesare Brandi. Le faccio ancora presente come tutto quanto Lei scriverà si potrà ritenere, e con ragione, come pienamente da me approvato. Cosa si potrà pensare del processo, si può dire, al quale Lei sottopone il testo di Brandi per la mia monografia edita da Le Monnier, testo che io allora ho pienamente approvato e che pienamente approvo ancora?».

[18]cfr. sua lettera a Morandi del 12 giugno 1962.

[19]Alessandra Rizziha di recente tracciato un profilo della vicenda molto più convincente di tante interpretazioni più o meno di parte. Parlando della monografia morandiana nel suo Francesco Arcangeli scrittore (Bologna, Clueb, 2004, p. 71) così scrive: «L’incomprensione ha una doppia origine: da una parte ci sono le idiosincrasie di Morandi, che  col tempo si radicalizzano ma che egli porta con sé da sempre, e dall’altra parte c’è la scoperta di Arcangeli della possibilità di vedere i fatti dell’arte sotto una luce nuova che segna una svolta nel suo percorso di vita e di studio [questa scoperta avviene verso il 1955, con «l’invenzione pittorica dell’informale»]. […] Le sue scelte  lo portano a combattere sulle barricate. Morandi non poteva e non voleva seguirlo: la sua arte non temeva le altezze ma egli aborriva il movimento, almeno quanto Arcangeli detestava l’immobilità».

[20]Cfr. Luca Cèsari, cit., p. 9 e nota 1 a p. 68.

[21]Cfr. la lettera di Morandi a Lamberto Vitali del 22 aprile 1963, la cui mala copia è conservata presso il Centro Studi Morandi di Bologna: «Acclusa alla Sua lettera ho trovato il telegramma di Bloch. È con molto molto dispiacere che ritengo ancora prematuro il poter “rinsaldare amicizia con A.”. Le dirò poi a voce».

[22]Cfr. Luca Cèsari, cit., p. 619. La vasta appendice degli Apparati, comprendente appunti e carteggi, è alle p. 618-701.

[23]Cfr. Appendice II.

[24]Le dichiarazioni morandiane in tal senso sono innumerevoli e assai note. In particolare, cfr. l’incipit della già citata lettera di Morandi ad Arcangeli del 5 ottobre 1961: «Caro Arcangeli, con interesse ho letto le cartelle 91-103. A proposito di quanto vi è esposto mi scusi ancora se Le ricordo la mia aspirazione ad un poco di tranquillità e di Pace. In tutta la mia vita ne ho avuta poca».

[25]Cfr. lettera di Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi dell’8 settembre 1951: «E’ mio desiderio non perdere troppo tempo per la preparazione della sua monografia. Se vede Arcangeli, lo avverta».

[26]Non si è conservata la precedente lettera di Morandi cui Ghiringhelli fa cenno, ma nell’archivio del Centro Studi Morandi si trova un’altra sua missiva, purtroppo non datata ma certamente degli anni Cinquanta, in cui Morandi scrive: «Caro Ghiringhelli, […] Ed ora mi scusi se liberamente Le dico quanto dispiacere mi ha procurato (lo ho letto solamente pochi giorni fa) l’attacco ad Arcangeli sul Bollettino del Milione. Non ne comprendo la ragione soprattutto per l’amicizia che vi è fra noi e Arcangeli. Si può non approvare quanto il nostro amico Arcangeli ha scritto, ma ritengo inutile farlo pubblicamente». Se si considera l’abituale discrezione dell’artista, il suo desiderio di non ‘lavare’ mai ‘i panni in pubblico’, si tratta di una reale, forte lamentela rivolta a Ghiringhelli, e questo sempre in nome dell’amicizia – e, vorrei aggiungere,. della stima venata da un senso della protezione – che unisce Morandi ad Arcangeli.

[27]Cfr. in proposito il mio saggio Percezione e allusione nell’arte matura di Giorgio Morandi, già in catalogo della mostra Morandi ultimo, a cura di Laura Mattioli, Verona, Galleria dello scudo e poi Venezia, Peggy Guggenheim Collection, 1997-1998.

[28] Nell’edizione 2007 le pagine sulla pittura di Morandi dal 1946-’48 al 1960 sono 39 in tutto (pp. 428-467), su un totale di 380 pagine!

 

Appendice I

Appunti inediti di Giorgio Morandi

 

Tra le pagine della monografia dedicata nel 1942 da Cesare Brandi all’artista,[1]  sono stati trovati alcuni suoi ‘foglietti’ autografi con appunti stesi durante la sua lettura approfondita e minuziosa del testo che Francesco Arcangeli via via sottopone alla sua attenzione.

In realtà, le serie di appunti sono due: la prima, autografa, è composta da un foglio in formato A5 scritto unicamente a penna stilografica, e di altri tre fogli in formato A4 con annotazioni a matita e a penna – il primo tagliato a tre quarti della carta – tutti relativi alla ‘bella copia’ del testo arcangeliano.[2]

La seconda serie, scritta da altra mano (molto probabilmente quella della sorella Dina), è formata da sette foglietti quadrettati, in formato A5, scritti a matita sul recto e numerati soltanto sul primo foglio («1»).[3]In questi vengono riportate, riassunte e sintetizzate le stesse annotazioni che compaiono nella prima serie di fogli. I numeri di riferimento sono doppi («10/40») perchè viene indicato sia quello dei primi appunti di Morandi, sia quello della corrispondente pagina della prima edizione del Milione (1964). Si tratta dunque di un pro-memoria, di un riassunto fatto a posteriori come per ricontrollare sul testo, pubblicato più di un mese dopo la morte dell’artista,[4]le impressioni e le annotazioni registrate da lui ‘a caldo’ sul dattiloscritto.

Si riportano qui di seguito i fogli della prima serie di appunti – ai quali, in ogni caso, anche quelli della seconda fanno esplicito riferimento – indicando a stralcio i passi del testo arcangeliano a cui Morandi si riferisce.

Delle annotazioni della seconda serie, si riportano solo quelle relative alle p. 60-152 del dattiloscritto arcangeliano, in quanto nei ‘foglietti’ autografi queste mancano.

Prima delle note morandiane vengono riportati i numeri di pagina trascritti dall’artista, cui fanno seguito tra parentesi quadrata i numeri di pagina del dattiloscritto della seconda stesura arcangeliana e quelli dell’edizione 2007 del testo (ad esempio: «pag.18» [A. II, 32; A.2007, 129]).[5]

Prima serie

[ A ]

pag. 18)          Ricevevamo tutti manifesti futuristi –

                        non “il mio futurismo” di Papini

                        “Pittura e scultura futuriste” di Boccioni

                       “Cubismo e oltre” di Soffici

                        ed anche, quasi certamente,

                        “Cubismo e futurismo”

 

[A. II, 32; A. 2007, 129]

«Vi si apprende che i giovani pittori avevano già avuto da Boccioni […] e da Marinetti, dei libri […]. Quali fossero, è abbastanza verificabile dalle effemeridi dell’epoca (soprattutto da “Lacerba”); probabilmente: I Manifesti del Futurismo, Pittura e Scultura Futuriste di Boccioni, il Catalogo dell’Esposizione Futurista di Firenze, Cubismo e oltredi Soffici; ché Cubismo e Futurismouscì solo pochi giorni dopo».

 

pag. 24           si mostrava al livello (NEVE)

                       del grande francese (MATISSE)

                       far cenno dell’Acerba [sic!] che parla della MOSTRA DA SPROVIERI

 

[A.II, 42; A. 2007, 143]

«D’altra parte Morandi con quel mirabile ‘Studio’ di neve, si mostrava, senza mai averne avuto nozione diretta, degno del grande francese».

 

[più sotto, nel parlare della mostra di Pittura libera futurista che si apre alla galleria romana di Giuseppe Sprovieri nella primavera del 1914, Arcangeli aggiunge fra parentesi un cenno alla piccola recensione comparsa sul foglio futurista “Lacerba” il 1° giugno 1914]

 

pag. 25           Serata futurista al CORSO

                       vedere di non parlare del buon Pratella

 

[A.II, 43; A. 2007. 144]

Dovette assistere con arguto umore alla strana situazione in cui in cui venne a trovarsi l’amico Pratella (ha ricordato il Bacchelli, qualche anno fa, «…la serata di gazzarra al Teatro del Corso, quando uno del pubblico tempestante contro la schiera marinettiana, urlò con altissima e disperata voce, indicandolo: -Pratella, voi l’avete rovinato!- E Balilla, nel clamore, faceva segno di no col sereno e bonario testone…» […]

 

[Arcangeli non toglie il brano]

 

pag. 26           (di cui Morandi non amava ecc ecc). Mi interessarono assai anche allora.

 

[A.II, 46; A. 2007, 148] [Nelle nature morte del 1914]Picasso e Braque possono essere rievocati, sì, ma non certo nella  loroalta e serrata fase del cubismo ‘analitico’ (di cui Morandi non amava, per costituzione, le ambizioni astrusamente mentali), ma, se mai, nella fase protocubista, ancora direttamente cézanniana, del 1909.

 

 

pag. 28           Non da Derain ma dal dipinto di Cezanne [sic!] riprodotto nel volumetto della “voce”.

 

[A.II, 48; A. 2007, 151]

Procede la sua pittura, verso la fine del ’14, col Nudo della Raccolta Mattioli […] Morandi non conosceva i Derain longilinei del momento ‘gotico’, che è accostamento tentato più volte dai critici più acuti […]. È un significato primitivo che vuol essere universale nella sua «purezza ed essenzialità». > Forse, anche lo stimolo, venuto da Derain >.

 

[Arcangeli espunge l’ultima frase, qui tra i segni tipografici >  <, dal testo pubblicato nel 1964]

 

 

pag.29           I nudi derivano unicamente da Cezanne. Conoscevo il disegno di Picasso il quale, probabilmente, derivava pure da Cezanne, ma con ricordo dell’arte negra e delle D. d’Avignon, si può riferire.

                     __________________________

                      

peccato non potere avere la fotografia dei nudi di proprietà Gualino.

 

[A.II, 48; A. 2007, 151] [di seguito alla frase espunta sopra citata]«Questa figura continua, affusolata, umano obice dentro la sua guardia(che ha per unica fonte le Bagnantidella raccolta Fabbri, riprodotte nel libretto su Cézanne edito da “La Voce”) fila inderogabile alla sua meta, piuttosto, come un Brancusi; e quanto a Modigliani, il suo stile ‘lungo’ in pittura non è ancora pronto».

 

[l’autore accoglie l’indicazione di Morandi relativa alle Bagnanticézanniane. Più avanti [A.II,51; A. 2007, 154], cita come fonte «per involontaria analogia»dei Nudimorandiani il disegno di Picasso pubblicato su “La Voce” del 21 novembre 1912].

 

 

pag. 33           Togliere possibilmente: che occorre amare Corot, non imitarlo

                        ___________________________________________________

 

                        ed inoltre riconsiderare il giudizio su Picasso arcaizzante accademico.

 

[A.II, 57; A. 2007, 163]

«Morandi, anche nei suoi momenti più interessati alla tradizione, […] messo alle strette, avrebbe potuto dichiarare, al più, che occorre amare Corot, non imitarlo».

 

 

[A.II, 58; A. 2007, 164]

«Dico del Picasso arcaizzante (che tuttavia fin dai quattordici anni, cioè dai tempi della sua Niña descalza, aveva dato i segni dei suoi legami, mai venuti meno del resto, con l’accademia)».

 

[Morandi non commenta, e quindi accetta, i riferimenti a Brancusi e a Modigliani]

 

 

pag. 38           Conobbi la Brigata alla fine del 18.

                        __________________________________

 

mai vista la “creazione lineare di un bicchiere”. Ne “Lacerba” fu nel 1913-14 pubblicato un disegno di Picasso, appunto un bicchiere.

 

[A.II, 65; A. 2007, 175 e 176]

«Morandi ebbe conoscenza, abbastanza tarda, de “La Brigata” di Binazzi e Meriano, che, partendo dal giugno del ’16, durò esattamente tre anni.

[…] come ai suoi occhi esatti avrebbe potuto interessare la Costruzione lineare di un bicchiere, firmata da Carrà nel ’16, ma pubblicata nel maggio del ’17, proprio per l’intenzione che convalidava  le sue più semplici intuizioni, già espresse, del resto, in molte opere».

 

[Arcangeli non riporta l’indicazione morandiana relativa all’esempio picassiano]

 

 

[ B ]

[recto]

  • 18 gennaio pag. 35

 

pag. 13           – tra Cezanne e Matisse

 

[Non è chiaro a quale passo specifico di Arcangeli qui Morandi si riferisca. Forse a A.II, 6: «Ancora intatto dalla complessità del cubismo analitico, quel dipinto [il Paesaggiodel 1911]non dimostra il suo autore più cézanniano di quanto non lo fossero, negli stessi anni, altri artisti d’Europa. Matisse, Utrillo, Derain; in forma più accostabile, Soffici: ecco i ‘cerveaux congénères’ del Morandi 1911». Oppure, forse a A.II, 8: «E se in pittura i suoi congeneri dei vent’anni si chiamarono Matisse, Derain, Utrillo, Soffici anche…».È però certo che l’artista si è scelto i suoi compagni di strada con grande determinazione e chiarezza].

 

pag. 21           non “vetrerie in penombra”

                        il vetro sovrapposto ad un dipinto

 

[A.II, 37; A. 2007, p. 135]

«Da Morandi ho appreso che erano anche presenti il PaesaggioJesi del ’13 e almeno un paio di nature morte (‘vetrerie in penombra’) non troppo dissimili dal precoce approccio in senso futurista della Natura mortaScheiwiller del ‘12».

 

[Con il suo abituale ‘tono basso’ Morandi rifiuta la definizione troppo fantasiosa – peraltro dovuta al cronista d’arte Ascanio Forti che così definisce  le composizioni morandiane presenti alla mostra del 20 e 21 marzo 1914 all’Hotel Baglioni di Bologna nell’articolo del 22 marzo 1914 su “il Resto del Carlino” – per attribuire a cause del tutto contingenti e casuali gli effetti ‘a riflessi’ di questi dipinti, come di altri del 1914 (a esempio, la Natura mortacon il piatto d’argento, già Jucker e ora alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma)].

 

pag. 32- 34     Derain

 

[A.II, 56-57; A. 2007, 161-162]

«Non dimentichiamo le bipartizioni in grigio e rosa del Picasso 1905, già rammentate, giustamente, dal Brandi, nè la fissità di certe nature morte del Doganiere; nè, se vogliamo, qualche aria del migliore Derain ‘gothique’».

 

«Qui mi pare anzi il punto di sgombrare il cammino dall’accostamento, che si è più volte sentito avanzare anche da fonti estremamente autorizzate, con l’opera di Derain.[…] E’ ovvio, anche, che la pittura di Derain si pone in anticipo, per certi rispetti, e poi in parallelo con quella di Morandi, con cui sembra spartire una certa idea della tradizione latina e una sorta di cezannismo semplificato […]. Ma le accuse di accademisno e d’arcaismo che circolavano già contro Derain […] non erano accuse insensate».

 

[Morandi, oltre l’accostamento picassiano, condivide anche quello con Henri Rousseau le Douanier, ma non quelli con Derain].

 

a pag. 39        rivedere

 

[A.II, 66; A. 2007, 176-177]

 

[È il brano in cui Arcangeli parla della nascita del foglio fondato e diretto da Giuseppe Raimondi,“La Raccolta” (15 marzo 1918 – 15 febbraio 1919) e del suo apporto per Morandi di«fiduciosa ripresa»e di «conforto morale dopo tempi duri di scarso lavoro e di malattie». Ma soprattutto lo studioso parla di Carrà: della«strana favola biblico-metafisica che è Il ritorno di Tobiadi Carrà»; del suo dipinto Il dio ermafrodito(«interessò certo Morandi, affacciandosi alla pagina nel suo misterioso silenzio, il Dio Ermafroditodi Carrà»); della «prima riproduzione di un Morandi, l’incisione del ’15; e, intercalata alle pagine del carrariano Tobia futurista, chissà quale effetto dovette produrre quell’accolta di lunghe immagini»].

 

a pag. 37        Corsi

 

[A.II. 64; A.2007, 174]

 

[Si legge qui un passo espunto dall’edizione 1964, in cui il critico, per descrivere «il movimento di cultura che – fino al luglio del 1918 – si svolge in Italia, e un po’ anche a Bologna, intorno a Morandi», si sofferma anche sulle opere dipinte intorno al 1916 da Carlo Corsi. Probabilmente Morandi ritiene ‘inutile’ tale digressione, così come il successivo parallelo – conservato nel testo – fra le opere morandiane e una Sovrapposizione1917 di Corsi («unica intenzione ardita accanto a Morandi»)].

 

da pag. 40 a pag. 41  metafisica – e oltre

a pag. 41

 

[A. II, 68-68bis; A. 2007, 177-179]

 

[In queste pagine, più volte riviste e ritoccate, tanto da sostituire le pagine 67-68 del dattiloscritto con le nuove 68 e 68bis, Arcangeli traccia un quadro d’insieme del momento che a Bologna, in Italia e in Europa, precede la nascita della metafisica morandiana. Morandi è come sempre molto cauto e non ama i quadri d’insieme troppo ampi].

 

a pag. 45        i due padri della Metafisica

 

[A. II, 72, oppure A.II, 78; A. 2007, 184-185, oppure 193]

 

[Non si sono trovate nel testo di Arcangeli le parole precise citate dall’artista. La pagina 72 è dedicata, prima, al rapporto tra de Chirico e Savinio, e poi a Carrà («L’opera di Carrà interessa Morandi, non soltanto per la sua qualità, ma anche perché essa dà un nuovo, fascinoso e durevole aspetto alla ‘letteratura’ dechirichiana»). È probabilmente su questo che Morandi appunta la sua attenzione.

La pagina 78, che inizia con la considerazione: «Non avrei potuto parlare di un Morandi ‘metafisico’ senza un rinnovato esame di coscienza di fronte all’opera di De Chirico e di Carrà», prevedeva anche due frasi poi espunte dall’autore: «Esaminarmi così di fronte a Carrà e a De Chirico significa, un poco, farlo anche per conto del grande maestro di cui sono impegnato a scrivere»;«Non facile a dire che sarebbe accaduto della sua concezione spaziale, senza questo interessamento suscitato in lui da due uomini del livello e del fascino di Carrà e di De Chirico»].

 

– 23 gennaio –

 

a pag. 47        Dada

 

[a. II, 81; A.2007, 197]

 

[A proposito delle Nature mortecon la cassetta del 1918-1919, di quella con il mezzo manichino della Raccolta Magnani e di quella con il manichino e la ‘fiammella’ nel collo, ora all’Ermitage (Cat. Vitali, n. 37), Arcangeli scrive: «Non ho mai saputo astenermi, lo confesso, da quando ho avuto un minimo di ‘uso di cultura’, dal pensare a ‘Dada’. […] certo è che opere come queste mi appaiono in qualche modo, > e abbastanza misteriosamente giocate < in diapason col bizzarro, ma fondamentale movimento anarcoide che aveva trovato in Svizzera […] la sede più adatta» (Morandi afferma che su ‘Dada’ egli non ebbe che vaghe e poche dirette notizie).La frase tra i simboli tipografici > < è stata cassata dal testo pubblicato nel 1964].

 

pag.57            Missiroli – Politica

 

[A. II, 98-99; A. 2007, 220-221]

 

[Qui Arcangeli si lascia andare ad una lunga digressione critica sull’atteggiamento tenuto dalla «nostra sinistra culturale»nei confronti della cultura idealistico-crociana e della stagione metafisica. Certamente Morandi, alieno dall’occuparsi di politica e dal mescolarla alla sua arte, non può approvare la pagina].

 

pag. 59           De Chirico

 

                        Tenere conto della Natura morta 1920

 

[A. II, 103; A. 2007, 227]

«…Morandi arriva a sfiorare, nella Natura mortadella raccolta Jesi [Cat. Vitali, n. 43], qualche elemento dechirichiano […] ed è quanto di men lontano da De Chirico egli abbia mai concepito. Un certo ricordo della Natura morta evangelicache Morandi aveva conosciuta sulle pagine della “Raccolta” […] mi sembra probabile: in alto, ecco lo stanghello che fa angolo di sottoinsù (naturalmente Morandi, vero inventore di forme, a differenza di De Chirico che ne è soltanto un apparatore più o meno brillante e geniale, chiude a perfezione con l’ombra del righello il teorema di geometria euclidea prospettato in profondità)».

 

[Può forse Morandi approvare, ancor più che la ‘filiazione’ del suo dipinto da quello di de Chirico, il paragone tutto a suo vantaggio che Arcangeli propone fra loro, uno «vero inventore di forme»e l’altro mero «apparatore più o meno brillante e geniale»?]

 

[verso]

 

pag. 152         nulla più colla metafisica

 

  • riguardo alla natura morta Guarini. Quadro guastocausa incauta pulitura.

 

[A. 2007, 295]

« > Certo, l’essersi trovato esposto pressoché alla pari coi due grandi della ‘metafisica’, Carrà e De Chirico, che avevano alla mostra fiorentina parecchi dei loro capolavori, chissà che non stimolasse Morandi, < almeno un poco, a riaccostarsi a un’idea di stile certo e misurato».

 

[In base alle osservazioni dell’artista, qui Arcangeli cassa tutta la frase fino a«stimolasse Morandi» e vi sostituisce nell’edizione del 1964 (p. 189) il più semplice attacco: «Tuttavia verso il ’22, Morandi torna, almeno un poco, a riaccostarsi a un’idea di stile certo e misurato»].

 

 

pag. 153         Il giardino – Dipinto eseguito con cielo nuvoloso, senza sole

[dopo «Dipinto eseguito», si intravedono sotto una cancellatura le parole: «…pomeriggio di nuvole»].      

 

[A. 2007, 296]

«Il Giardino di via Fondazza […]. Nella pittura che spento, muffito limbo, che monotono, condannato girone di vita povera e solitaria, che irrimediabile assenza di sole!».

 

[E, come sempre, Morandi ‘abbassa il tiro’, dicendo semplicemente che il dipinto è così solo perché realizzato in un pomeriggio nuvoloso… E poi, nell’annotazione seguente, spiega meglio:

 

pag. 153-154  Dipinto che ha molto sofferto. Il fondo era stato completamente ridipinto e fu quindi necessario toglierlo con quale risultato per il dipinto – nonostante che l’operazione fu eseguita con cautela

 

 pag. 154         Togliere possibilmente il paragone con Braque.

 

[A.2007, 297] [A proposito della Natura morta del 1923, già raccolta Jesi (Cat. Vitali, n 82): «D’altra parte, se intendeste, questa volta che Morandi è anche, se si vuole, così supremamente elegante […], richiamare il Braque di questi anni, sarebbe impossibile, credo, ad occhi sereni, non riconoscere che […] il maestro francese ‘fa moda’, là dove Morandi […] ne fa poesia profondissima».

 

[Ancora un paragone tutto a favore di Morandi. Ed è proprio questo atteggiamento del critico che l’artista non condivide].

 

 

[ C ]

 

[recto]

 

pag. 158         I fiori Jesi non furono esposti alla 3° Quadriennale ma quelli di proprietà di mia sorella

 

[A. 2007, 302]

 

[Si tratta dei Fiori, 1924 (Cat. Vitali, n. 88) ora al Museo Morandi di Bologna].

 

 

pag. 160         ritengo inutile parlare di certi artisti. Può portare a confusioni. Unicamente.

 

[A. 2007, 305]

 

[Arcangeli parla a lungo della XIV Biennale di Venezia, del 1924, e cita sia «il dominatore nazionale Spadini», che i pittori del gruppo milanese del “Novecento” sostenuti da Margherita Sarfatti. Morandi ritiene tutto ciò ininfluente sulla sua pittura e subito ribadisce più chiaramente il concetto:

 

 

da pag. 160 a pag. 163     Uguale osservazione per avvenimenti che non mi hanno mai

                                          riguardato

 

[A. 2007, 305-309]

 

[Oltre a parlare degli italiani presenti alla Biennale, Arcangeli allarga lo sguardo ai padiglioni stranieri, proponendo giudizi retrospettivi («Molta è la tristezza che pesa sulla media degli espositori») e graduatorie di merito («Ma credete forse che sia la Francia […] a sventolar la bandiera, se non della rivoluzione perpetua, di qualche cosa che sia, perlomeno, dignitoso e moderno? Nemmeno per sogno») che evidentemente non interessano o paiono eccessivi all’artista].

 

pag. 164        la natura morta col drappo giallo (Longhi) è del 1924- 25.

 

[A. 2007, 310]

 

[Cfr. Cat. Vitali, n. 101]

 

pag. 166       non ho mai pensato né a Lega né a Bertelli.

 

[A. 2007, 313]

 

[A proposito del Paesaggio di Chiesanuovadel 1925 (Cat. Vitali, n. 110) e dell’analogo  Paesaggiodello stesso anno] «Sono due fra le opere più belle, profumate come le buone semplici cose della campagna, del Morandi paesano; e, non fosse per  la perfetta vasta calibratura della composizione e del tono,  sarebbe questa l’occasione per ricordare  il nostro migliore, più ingenuo ‘800, i Lega più squisiti, i momenti più alti del rozzo, ma non giustamente dimenticato naturalista locale: Luigi Bertelli».

 

[In una sola frase si trovano condensati due fra i maggiori punti di attrito fra il critico e l’artista: il «Morandi paesano»e «il nostro migliore, più ingenuo ‘800». E pensare che, di fronte allo stupendo, silenzioso e compatto Paesaggio di Chiesanuovacon quel muro rosa intatto e invalicabile, non vien certo da pensare né a Lega né a Bertelli, perché il nome che per primo si affaccia alla mente è quello dello straordinario Maso di Banco con le sue Storie di San Silvestro in Santa Croce, a Firenze!

Per altri appunti morandiani sul problema dell’ipotizzato, ma da lui sempre ricusato, suo ‘ottocentismo’, cfr. più avanti, i foglietti della seconda serie per le pagine del dattiloscritto arcangeliano da p. 60 a p. 151].

 

 

pag. 169      La natura morta di proprietà Carrà gli fu data quando fu a Bologna di ritorno

                    da Roma

                   dove vi era una mostra di Corot. L’articolo dell’Ambrosiano uscì subito dopo. 

                   Desidererei togliere (di qualità inferiore agli italiani) a proposito di Fautrier.

 

[A. 2007, 318]

«Chissà se era già dipinta >, o se fu, dopo l’articolo di Carrà, data in dono in segno di libero omaggio, < la Natura morta che il Brandi riproduce alla tavola XXI del suo libro» [Cfr. Cat. Vitali, n. 62: qui il dipinto è datato «1921 circa»].

 

« > Impressiona anche riscontrare come, in questo momento [1925], gli italiani più solitari, gravi, appassionati, toccano risultati non distanti da un francese alquanto più giovane, che non conoscono: Jean Fautrier. Nello stesso anno egli dipinge, infatti, la Nature morte au panier[…] e la Nature morte au raisindi Paul Guillaume, che, entro un’analoga vecchia erosione, entro un patetico quasi incerto fra Courbet e Rouault, si rivela poi, controllato sull’originale, di qualità inferiore agli italiani < ».

 

[Su richiesta di Morandi, che non approva proprio questo continuo paragonarlo ad altri e sempre a suo vantaggio, Arcangeli espunge dal testo pubblicato entrambe le frasi].

 

 

[verso]

 

pag. 170      riguardo alla natura morta di Carrà “Natura morta con orcio e libro” vedere 

                    quella mia

                    riprodotta a tav. XXX riprodotta nel Beccaria con data errata 1935 che invece è

                    del 1921 o 1922. È riprodotta a colori nel Scheiwiller di Chiantore. Ed inoltre la

                    “natura morta” del 1925 a Leningrado.

 

[A. 2007, 319]

«E’ un momento, insomma, di nuovo meno lontano da Carrà: che del resto, se qualche cosa potè suggerire al Morandi di quell’anno [1925] non mi pare mancasse in alcune opere (ad esempio, nella Natura morta con orcio e librodel ’27 […]) di subire qualche cosa dai modi silenziosi e assorti del giovane bolognese».

 

[Per il primo dipinto citato, cfr. Cat. Vitali, n. 51, datato 1920; per il secondo, Ibidem, n. 107].

 

 

pag. 175       gli amici di Strapaese erano le uniche persone frequentabili in Italia. Credo

                     nonostante questo che alcuna influenza ha ricevuto il mio lavoro.

 

[A. 2007, 325]

«Insomma, piuttosto che vergognarci tanto di Strapaese penso che faremmo bene a cercar di capirlo, e a studiarne le ragioni; le quali, anche se il movimento non fu, tutto sommato, cosa grande, non furono ragioni di piccolo momento e rientrano infine nel quadro più vasto d’una reazione, verificatasi dappertutto, agli effetti dell’industrializzazione».

 

pag. 176       sarebbe più opportuno dare tutte queste notizie, magari anche più ampiamente,

                     in altro testo.

 

[A. 2007, 326-327]

 

[Qui Arcangeli dedica largo spazio – come già ha fatto per la Biennale del 1924 – a descrivere la situazione complessiva e le diverse presenze della Biennale di Venezia del 1926].

 

pag. 178       infatti  indimostrabile (Carrà)

                    (Le tre case del Campiaro a Grizzana).

 

[A.2007, 329]

«…e, ancora nel ’28, in quelle Case del Campiaro a Grizzana, che, certo d’una finezza magistrale, e di sapientissima graduazione nei passaggi chiaroscurali, mi paion tuttavia uno dei casi rarissimi in cui un sentore quasi indimostrabile d’Ottocento suoni […] in senso non del tutto positivo».

 

[Se è chiaro, in quel convinto «infatti», cosa pensi Morandi del «sentore d’Ottocento»pur tra molte cautele avvertito nelle sue acqueforti del 1927-1929 da Arcangeli – come da Vitali, Solmi, etc. –, meno evidente appare il senso di quel «Carrà» fra parentesi, a meno che Morandi non attribuisca alle opere dell’artista piemontese quello stesso «sentore»].

 

pag. 187       i disegni del sole a picco non sono che lucidi da incisioni –

 

[A.2007, 342]

«  > I disegni per Il Sole a picco[raccolta di liriche di Vincenzo Cardarelli, pubblicata nel 1930 dalle Edizioni de L’Italiano di Leo Longanesi con illustrazioni di Giorgio Morandi]sembra portino in sé il profumo discreto e in po’ rigido di questo ‘ordine’, di questa compostezza che è per tutto. E’ la solitudine entro cui suona la nobile stanchezza dell’endecasillabo cardarelliano: “Sì che per me la terra / non è più un asilo / vietato, un cimitero di memorie. In questo cimitero < paion deposti quei Fiori di crisantemo in un tavolo[Cat. Vitali Incisioni, n. 41 del 1928], che tornano anche nel dipinto di tema uguale della raccolta Neri di Venezia [Cat. Vitali, n. 126]».

 

[Ricevuta la precisazione di Morandi, Arcangeli toglie tutto il brano e, prima di «paion deposti», inserisce l’attacco: «Per Morandi è la solitudine; e vi…»].

 

[ D ]

 

[recto]

 

 pag. 190       Non intendo essere stato un oscuro anticipo di Wols e Fautrier.

 

[A. 2007, 345]

«Il maestro che, con incognito anticipo su tutti in Europa già aveva indicato in direzione [prima stesura: «era stato una sorta»]di Wools e Fautrier, casalingo»…

 

[Dopo la protesta di Morandi, lo studioso cambia un poco la forma del discorso e cassa quel «casalingo»che di certo, e giustamente, non piaceva all’artista, ma lascia intatta l’indicazione della supposta ‘primogenitura’ morandiana nei confronti dell’Informel europeo].

 

pag. 193      Sostenuto concretamente, ma solo per qualche tempo, dall’intelligenza di Broglio.

 

[A. 2007, 350]

 

[Arcangeli riparla di Strapaese, affermando che, dopo il periodo di “Valori Plastici”, «è soltanto con gli anni del “Selvaggio”, tuttavia, che egli gode dei primi modesti e arcimeritati vantaggi, anche pratici, d’una qualificazione abbastanza regolare; e, per fortuna, non propriamente conformistica»].

 

pag. 196       Demoniaco morandiano

 

[A. 2007, 354]

«Ho già avuto occasione di toccare del ‘demoniaco’ morandiano, per altre opere, segnatamente del ’18 e del ’24: qui esso tocca un suo vertice [nella Natura mortadel 1929; Cat. Vitali, n. 143], nella composizione armoniosamente spettrale, in quella base solida e cieca […], in quel rosa che cuoce quasi insoffribilmente, come a un riflesso di splendido domestico inferno, il suo mondo che emerge da una tenebra surriscaldata di bruni».

 

[È ancora una volta evidente come Morandi trovi esagerata ed eccessiva, comunque ‘sopra le righe’, l’espressione pur affascinante di Arcangeli].

 

pag. 201       Politica

 

[A. 2007, 360]

 

[In questo passo Arcangeli traccia il profilo dei rapporti tra arte e potere fascista intorno al 1930. Morandi prima segna la pagina, poi cancella l’annotazione con un tratto di matita].

 

 

pag. 207       Il libretto di Faure sul grande CHAIM

Biennale del 1930. Non mi sembra giusta l’ubicazione

 

[A. 2007, 368-369]

 

[Il critico propone qui un raffronto fra Gerani dentro un bicchiere, acquaforte del 1930 circa (Cat. Vitali Incisioni, n. 79) e le figure di Chaïm Soutine («Essi son vivi in modo che a me ricorda i corpi di Soutine…»), tanto che cinque righe più avanti avanza l’ipotesi, prima espunta e poi ripristinata nel volume del 1964:«Non è escluso, del resto, che Morandi in quel torno di tempo potesse vedere il libretto di Faure sul grande Chaïm, pubblicato nel ’29 e che cominciò a circolare presto  anche fra noi; ma anche, in questo caso come sempre, se il rapporto ci fu, non fu di dipendenza». Nonostante quest’ultima ‘rassicurazione’, il raffronto non convince l’artista che non conferma la conoscenza del volume].

 

pag. 210       Fautrier – Dubuffet –

 

[A. 2007, 371-372]

«… nulla è di sfrenato in lui, nemmen nelle opere più arrischiate. Anche i due francesi, alquanto più giovani, Fautrier e Dubuffet, che non saranno disformi dalla linea di questa pittura […] Pensate a Morandi, se volete insieme a Soutine, come primo parziale autore e capostipite d’una storia che si propaga variamente in Fautrier, Dubuffet, Morlotti, Burri: vedrete che un legame esiste».

 

[Morandi – come già aveva fatto nell’appunto relativo a p. 190 – rifiuta di essere considerato come il «capostipite»di Fautrier e Dubuffet, mentre non fa lo stesso per Morlotti e Burri].

 

 

pag. 230       Brandi invece di Bardi

 

[A. 2007, 399]

«Tutto è composto e ricomposto, sconvolto e certo, e minaccioso nella Natura mortaGiovanardi del ’36 (vedila in Bardi, Giorgio Morandi, tav. II)».

 

Morandi corregge l’errata citazione, peraltro rimasta tale anche nell’edizione attuale della monografia].

 

pag. 233       Molto difficile il parallelo fra Guernica ed il Radeau de la Meduse.

 

[A. 2007, 402-403]

«Picasso ha il violento, enorme sussulto di Guernica[…] Il grande, talentoso spagnolo, troppo adusato alle contaminazioni dei suoi violenti formalismi con l’assurdità surrealista, fornisce, certo, un documento impressionante; ma, a parte ogni altra osservazione, già condotta da me e da altri, chi potrebbe credere che, al di là del facile e generico richiamo al Goya,  la gran ‘macchina’ di Guernica, così calcolata in contrappesi fino all’ultimo ritaglio di forma, sia fondata sul Radeau de la Meduse di Géricault? Provate a sforbiciare le masse, soprattutto i chiari, del Radeau, e vedrete. Sia consentito allora, a titolo interamente personale, il sospetto per tanta eccitata sapienza, e l’incredulità nei riguardi dell’interpretazione di Guernicacome “l’opera d’arte più terribilmente morale di tutta la storia”».

 

[In realtà, qui Morandi è d’accordo con Arcangeli nel ritenere forzato il parallelo Picasso-Géricault. Ciò che piuttosto lo disturba profondamente è l’attacco a Picasso, «il talentoso spagnolo». Di questo si lamenterà anche nella lettera inviata a Cesare Brandi il 6 febbraio 1963: «Oltre a quanto Le ho già detto, attacchi ad artisti contemporanei: Braque, Villon, e, soprattutto, contro Picasso. Il “talentoso Picasso” a proposito di Guernica»].

 

pag. 237-238       fare attenzione – Desidererei fosse tolto l’accenno a Picasso.

 

[A. 2007, 409]

« > Picasso ha dichiarato, un giorno, che mentre sono reperibili in Poussin “des maladresses”, non se ne trovano “chez les Espagnols, ni chez les Italiens, bien entendu. Chez les Italiens, ça devient dégoûtant”. Il discorso di Picasso può avere le sue ragioni, rispondenti alla sua personale inquietudine. Ma Morandi non è Andrea del Sarto, né un virtuoso del ‘bel canto’ […] <.

Le opere della Terza Quadriennale sono, ormai, un po’ disperse, e Morandi sembra non preferirle. Personalmente sono convinto che, prima o poi, le rincontreremo sul nostro cammino. Allora esse brilleranno improvvise come apparizioni […].  > Allora queste opere potrebbero esser difese dalla ‘boutade’ di Picasso con le parole di Sézanne: “Quand la couleur est à sa richesse, la forme est à sa plénitude” < ».

 

[Le due frasi tra le indicazioni tipografiche > < vengono espunte dall’autore. In realtà l’attacco a Picasso è troppo insistito ed appare poco motivato il riferire la sua, pur discutibile, affermazione all’arte di Morandi].

 

 

[verso]

 

pag. 242       risposte d’impegno alla IIIa Quadriennale

 

[A. 2007, 416]

 

[Arcangeli si sofferma a lungo, e giustamente, sulla sala di Morandi alla III Quadriennale romana del 1939, ed afferma:«Questa sala fu certo uno stimolo potente alla valutazione di Morandi, anche e appunto nella sua storia, come fino ad allora era stato pressoché impossibile; e molte furono infatti, subito o quasi subito, le risposte d’impegno: da Apollonio a Bartolini, da Brandi a De Libero, da Guzzi a Marchiori, da Oppo a Carlo Savoia».Probabilmente quiMorandi vuole sottolineare l’accostamento, a lui non gradito, fra nomi del calibro di quelli di Brandi, De Libero, Apollonio e Marchiori e quello, ad esempio, di Cipriano Efisio Oppo, portavoce paludato della retorica del regime. Ma, certamente, il nome che lo disturba maggiormente è quello di Luigi Bartolini, artista e polemista marchigiano che, dopo alcuni anni di amicizia con Morandi (tra il 1929 e il 1932), in occasione della Quadriennale gli si scaglia violentemente contro, guidando con diversi articoli su quotidiani romani la reazione contro quelle che egli chiama sprezzantemente le sue «bottigliette di rosolio»].

 

pag. 244       San Paulo… ecc.

 

[A. II 2007, 417]

 

[Il critico paragona la ricchezza della sala alla Quadriennale del 1939 alle più recenti mostre estere di opere morandiane (ad iniziare dalla personale di Morandi curata da Rodolfo Pallucchini alla Biennale di San Paulo del Brasile nel 1957, sala che gli vale il Premio per la Pittura). Arcangeli non èd’accordo sul metodo critico di «offrire agli stranieri un volto compatto, e perciò più facilmente controllabile, dell’arte di Morandi. Ma sarebbe falso affermare che un tale metodo di scelta, che valse anche per mostre svizzere, olandesi, inglesi, americane, italiane, sia stato il migliore. Non parlo di ‘fiaschi’, o di ‘mostre inconsulte’, come per eccesso non si è mancato di fare; certo è per lo meno strano obbligare gli stranieri, che meno conoscono Morandi, a intenderlo in pieno attraverso la ’porta stretta’ d’una interpretazione della sua arte tutta in chiave veermeriana, chardiniana, corottiana». Il fatto che Arcangeli si ponga esplicitamente in contrasto con gli altri suoi critici e presentatori, non piace a Morandi, che ormai da anni rifiuta peraltro con ostinazione ogni occasione di mostra in Italia e che invece non si rivela restio a accettare mostre all’estero se di qualità alta, giocando in tal modo la carta vincente per il futuro].

 

pag. 253       Picasso

 

[A. 2007, 430]

«A otto anni dalla fine della guerra Ragghianti vedeva in Picasso il “nome rappresentativo” per “chi legga la pittura contemporanea  secondo la partecipazione al tempo”. “Ma chi legga la pittura contemporanea secondo poesia, secondo assolutezza e perennità di poesia, dovrà, io credo, pronunciare altri nomi, e prima di tutto un nome: Morandi”. > Ma poteva esser davvero campione assoluto di partecipazione al tempo  quel Picasso che si ribellò dall’interno, dissacrò, smontò, inquinò,  ma non distrusse certo  i principi dall’arte accademico-formale di cui era figlio uterino? <».

 

[Morandi, come sempre, scrive il minimo, una parola sola, «Picasso», a commento della digressione arcangeliana. Ma è sufficiente. La frase fra segni tipografici verrà cassata].

 

 

pag. 263       Robbe-Grillet   –  Butor

 

[A. 2007, 443]

«Non so se gli oggetti di Robbe-Grillet e di Butor, e i loro personaggi-oggetto, sian davanti a noi con altrettanta autorità, nitida potenza, e, se si vuole, umanistica inutilità di queste mirabili nature morte morandiane».

 

[Ora il critico parla dei dipinti morandiani dei primi anni Cinquanta e propone un altro paragone non gradito, e sostanzialmente incomprensibile, a Morandi. Subito più sopra, di certo irritando sempre più l’artista, aveva scritto che «come il suo ‘informel’ non sbordava mai oltre i limiti di una relativa credibilità e consistenza degli oggetti, così ora questa evidenza è moderata dalla sua misura stessa»].

 

pag. 266       Pietro Longhi

 

[A. 2007, 448]

 

[Arcangeli entra esplicitamente in polemica con Rodolfo Pallucchini. Giudica negativamente il metodo critico della “pura visibilità” e, per farlo, mette a confronto Pietro Longhi e Morandi, suscitando ancora una volta la domanda inespressa dell’artista: «che c’entra?»].

 

pag. 269       Rothko –

                     manca una parola al passaggio a pag. 270

                     per me ciò che vediamo è quasi nostra invenzione

                     (il mondo così detto naturale) Questo dell’umanità tutta.

 

[A. 2007, 453]

«Ogni posatura del colore e della luce si gradua perfetta, caricandosi o smorendo appena, sì che i celebri piani di luce di un Rothko (che dovrebbero essere, e non son quasi mai, dipinti, nel loro ‘mesmerismo’ pittorico, fino alla stremata crudeltà della perfezione) fanno al confronto, suggestione, ma non dominata davvero; ne nasce uno ‘spirituel’ evasivo rispetto ai suoi stessi assunti. ‘Spirituel’, questo di Morandi? No, egli rifuggirebbe dalla parola così impegnativa e così astratta, accontentandosi di ribattere: “Nulla è più astratto del mondo visibile”».

 

[Non credo che a turbare Morandi siano soltanto i continui riferimenti ad altri artisti, di cui criticamente non approva analogie o differenze rispetto alla propria pittura. Forse ciò che ancor più lo turba è che Arcangeli, per troppa dedizione, per troppa passione, tende sistematicamente ad ‘abbassare’ gli altri nella convinzione che in tal modo Morandi risulti ancora più alto.

La parola che manca nella sua frase è «cosiddetto». Per lui, evidentemente, non è cosa di poco conto, dal momento che il termine evidenzia una convenzione al di sotto della quale, per un artista, c’è molto da indagare e scoprire. Negli appunti della seconda serie, a questo proposito le parole usate dall’artista sono quelle del testo (e quindi «visibile», e non – come qui – «naturale»), mentre viene sottolineato il termine «cosidetto»].

 

pag. 270       E’ astrazione la geometria?

 

[A. 2007, 454]

«Se geometria è astrazione, tutto passa dalla visione geometrica, e giustifica, secondo normale esperienza, che “non c’è niente di più astratto di quel che vediamo”».

 

[La domanda che si pone Morandi rivela molto della profondità delle riflessioni che da sempre va affrontando. Per lui, di certo, il concetto di astrazione è molto più ampio di quello di geometria e coinvolge la sua stessa visione di vita. I principi stessi della sua arte].

 

pag. 271-272       Ciò che io dico sempre e sostengo da lungo tempo. Sulla mancanza di una

                           ragione sia civile che religiosa che le arti figurative da quasi un secolo vanno

                           perdendo.

 

[A. 2007, 455-456]

«La pittura di Morandi, tuttavia, vive secondo la sua vita: questa è la sua scelta, questa è la sua forza. È una vita, una scelta davvero fuori del tempo? […] essa contiene ancora, implicito, un difficile, ma possibile modo di vita. Forse non d’oggi, 1961, in cui questo modo di vita è accessibile a pochi, posto che tutto, intorno, congiura a a cancellare le antiche verità artistiche e morali che, invece, ogni opera, ogni giorno di Morandi confessa e onora in modi inusitati».

 

[Qui Morandi sembra d’accordo con Arcangeli. Ma sorge anche il sospetto che l’artista, più che rivendicare «antiche verità artistiche e morali», ribadisca la sua modernità, il suo essere parte di quella nuova arte, nata negli ultimi decenni del XIX secolo, che, avendo perduto funzioni sociali e pratiche fino ad allora a lei riservate, trova soltanto in se stessa i motivi e le ragioni del proprio significato e della propria stessa esistenza].

 

 

pag. 277        ?     Vuillard.

 

[A. 2007, 463]

«Dalla finestra, poi, è quasi lo scorrere avventurato d’un’impressione, ma fermata entro la fusione sempre ammirevole della tonalità, a dar così vivo respiro al Paesaggio[Cat. Vitali, n. 1167]; tale che Morandi sembra portarvi innanzi […] l’eredita di Vuillard».

 

[Dopo il richiamo di Morandi, non d’accordo sull’analogia con il pittore postimpressionista, cui non si sente in nulla vicino, lo studioso cambierà la frase, senza mutarne il senso né la portata critica, in «l’eredità dello squisito postimpressionismo francese»].

 

Seconda serie

 

 53/117             Argan

 

[A.II, 91; A. 2007, 210-211]

«La ‘metafisica’ italiana […] è cosa che richiederebbe un’indagine non meno accanita, ma più affettuosa,  i quella che le dedicò Argan nell’immediato dopoguerra».

 

[Qui Arcangeli dedica quasi una cartella a differenziarsi dal critico romano, mettendone particolarmente in luce l’atteggiamento ora «contraddittorio», ora «capziosamente severo». E, come sempre, Morandi non approva questa contrapposizione].

 

107/137-138   Autoritratto – detestato

 

[A. 2007, 234]

«In questa situazione nasce un Autoritratto, ora, sembra, perduto […] Quanto è lontano questo volto glabro, di figura giottesca quasi caricaturata  n una sorta di impassibile snobismo, da quello un po’ accecato, apprensivo, che Morandi si dipinse  sul cominciar della guerra!».

 

[L’Autoritratto, pubblicato sul numero del novembre-dicembre 1919 di “Valori Plastici” (Cfr. Cat. Vitali, n. 33), viene distrutto dall’artista solo nel secondo dopoguerra, forse perché troppo ‘ingessato’ e ‘mentale’, o forse perché troppo vicino al Ritratto del figlio………di Paul Cézanne].

 

115/145           Citazione Raimondi (inutile)

                        Non condividevo e non condivido

 

[A.II, 2007, 244]

 

[Lo studioso inserisce qui una lunga citazione tratta dalla recensione di Giuseppe Raimondi sull’appena uscito La pittura metafisicadi Carrà, agli inizi del 1920. Morandi non è d’accordo con Raimondi, forse soprattutto laddove questi scrive: «I risultati andateli a vedere, sono quadri ben dipinti, forme chiare, linee segnate, contorni esatti, cose quadrate e sostanziali […]». E, ancora, Raimondi parla di «discorsi chiari, sensati e cordiali, ragionamenti tranquilli» In effetti, tutto ciò non pare proprio riguardare la metafisica morandiana].

 

121/253           Guardarsi da ‘quasi ottocentesca’ – porterà equivoci

 

[A. 2007, 253]

«Prima di lasciare il 1920, non si dimentichi di considerare […] quel piccolo capolavoro non abbastanza ricordato che è l’incisione della Brocca[cat. Vitali Incisioni, n. 5] la modernità di immagine insita in quel tessuto che sembra ricomporsi, rare volte,  in una concezione quasi ottocentesca».

 

[Inizia qui a manifestarsi – per continuare nelle osservazioni seguenti – il dissenso di Morandi sulla lettura a suo avviso troppo «ottocentesca»,«casalinga» e «paesana»che Arcangeli, pur fra mille distinguo, propone delle sue opere, dipinti e incisioni, degli anni Venti].

 

122/154           Errore il grande decennio paesano

 

[A. 2007, 254]

«Comincia il suo grande decennio paesano. Paesano e strapaesano, non vuol dire la stessa cosa. […] Il suo paese senza prefissi Morandi lo sceglie da solo, verso il ’21, per intimo dissenso dai suoi grandi amici della ‘metafisica’, assai prima che nascano “Il Selvaggio” e “L’Italiano”».

 

 

123/155           Mai venerazione del mestiere

                        tralasciare il Corot in metallo, ecc

                        attenzione all’apparente ottocentismo

 

[A.2007, 255-256]

«L’antiretorico Morandi non potrà non essere, perciò,  nel modo più inevitabile, se non antifascista. […] La sua è una polemica implicita, ma radicale; sarà limitata in qualche incisione dalla venerazione del mestiere […]. Morandi sente […] che una tradizione non si resuscita per forza di volontà o di mestiere; e che a tenerla viva è solo il senso […] d’una continuità di vita. E’ allora che, in confronto al Corot di metallo e cartone che il talento di Derain ci regala in quegli anni, alla voluta plastica scenografica del PaesaggioChrysler di Picasso, e di tutta la sua fase ‘antica’, ai teatri neoboekliniani del De Chirico ‘romantico’ e anche alla voluta solennità del Mulino di Sant’Annao del Pino sul maredi Carrà, la polemica implicita della Veduta di Villa Comi[Cat. Vitali, n. 75]è legittimata. Al di là di un apparente ottocentismo, Morandi invece ci rituffa nella memoria tutta ‘esistenziale’ d’ un paese senza tempo».

 

[Interessante, oltre al deciso rifiuto di qualsiasi legame con l’arte e la mentalità ottocentesca, è l’altrettanto esplicita ricusazione della sudditanza al mestiere anche laddove questo – ed è il caso della pratica calcografica – si rivela indispensabile].

 

179-180/221   incisioni – patetico ma fermissimo sapore ottocentesco.

 

[A. 2007, 332]

«Perché non dire, insomma, che alcune incisioni morandiane hanno un patetico ma fermissimo sapore ottocentesco?».

 

[E Morandi non si stanca, con pazienza e tenacia, di ribadire il suo più fermo e totale rifiuto della pittura del secondo Ottocento italiano, quella stessa a cui aveva inteso opporsi fin dai suoi esordi].

 

[1]Cfr. Cesare Brandi, Morandi, cit., 1942. La rarissima copia di questa prima edizione, recante in cima alla pagina che precede il frontespizio la dedica a penna: «All’amico Giorgio Morandi/ con ammirazione e con affetto/ Cesare Brandi», mi è stata donata da Maria Teresa Morandi nella primavera del 1994 ed è ora conservata presso il Centro Studi Morandi di Bologna.

Scrive Morandi a Brandi il 29 novembre 1961 (lettera da me pubblicata in Brandi- Morandi, cit., 1990, a p.248): «Ho riletto in questi giorni il Suo antico scritto su di me, al quale, caro Brandi, ben poco si può aggiungere».  Che sia per questa ragione – la rilettura, quasi a conforto e a confronto con lo scritto di Arcangeli che proprio in quel periodo Morandi sta via via esaminando – che i foglietti di appunti sul nuovo, attesissimo e per l’artista non soddisfacente scritto, sono rimasti tra le pagine dell’amata monografia brandiana?

[2]Il primo foglio, formato A5 e scritto a penna, [A] comprende le annotazioni relative alle pagine 18 – 38 del dattiloscritto arcangeliano. Morandi chiude la pagina, scrivendo tra ghirigori della penna: «esaurita».

Il secondo, numerato «(1» sul recto e «(2» sul verso [B], è introdotto dalla scritta a matita « -18 gennaio pag. 35» e si riferisce alle pagine iniziali dello scritto, a cominciare da pag.13 per concludersi a pag. 59 – sul recto – mentre sul verso riguarda le annotazioni relative a pag. 152 – 154. Sul recto Morandi scrive con la penna in alto, a margine: «anche l’altro foglio piccolo», riferendosi ad [A]. I primi due foglietti vanno dunque considerati insieme, [A] come integrazione di [B].

Il terzo foglio, numerato «(3» sul recto e «(4» sul verso [C], vale per le pagine 158 – 169 sul recto e 170 – 187 sul verso che si conclude con la parola scritta a penna, più in grande, «esaminato».

Il quarto foglio, numerato solo sul recto «(5» [D],  comprende appunti relativi alle pagine 190 – 238 e 242 – 277 , cioè fino alla fine dello scritto, .e si conclude con il disegno a penna di tre coni stilizzati e, all’interno del primo, con il numero «270», riferito alla pagina in cui compare l’affermazione arcangeliana «Se geometria è astrazione, tutto passa dalla visione geometrica, e giustifica, secondo normale esperienza, che “non c’è niente di più astratto di quel che vediamo”» (ed. 2007, p. 454), accolta dubitativamente da Morandi con la domanda:«E’ astrazione la geometria?».

[3]Anche se la grafia non è quella dell’artista, si può essere certi che si tratta della ricopiatura ‘in bella’ e con l’aggiunta del numero di pagina del testo stampato, di sue note originali. Si veda, ad esempio, a proposito di un passo di Giuseppe Raimondi su Pittura metafisicadi Carrà (p.145 dell’edizione 1964; p. 244 dell’edizione 2007), l’osservazione certamente di Morandi: «Citazione Raimondi (inutile / non condividevo e non condivido)»

[4]Dal colophon del volume si apprende che questo è «finito di stampare il 31 luglio 1964», cioè 43 giorni dopo la morte di Morandi, avvenuta a Bologna il 18 giugno 1964.

[5]Questo vale per i primi due foglietti [A, recto e verso; B, recto], perché i numeri indicati da Morandi non corrispondono alla seconda stesura del testo arcangeliano, stando ai numeri di pagina riportati a margine e tra parentesi quadrata da Luca Cesari nell’edizione 2007, cit. (in effetti, quelli indicati da Morandi sono sempre molto più bassi, come se la copia da lui corretta presentasse un testo molto più breve. Si sa, d’altronde, che sono proprio le prime cento cartelle ad essere discusse e ritoccate più a fondo dall’autore).

Per i primi due foglietti è quindi necessario riportare entrambi i numeri di riferimento, mentre a partire da pag. 107 del dattiloscritto arcangeliano le indicazioni dell’artista corrispondono perfettamente a tale stesura ed è perciò sufficiente indicare fra parentesi quadrata la sola pagina del testo nell’edizione 2007, cui si è preferito fare riferimento in quanto oggi più accessibile.

 

 

APPENDICE II

Lettere inedite 1959 – 1963

 

Le 69 lettere che seguono, provenienti da fondi archivistici conservati presso il Centro Studi Giorgio Morandi di Bologna, sono tutte inedite tranne l’ultima, quella di Morandi a Cesare Brandi del 6 febbraio 1963, già pubblicata – ma ìsolo parzialmente –  nel carteggio Brandi-Morandi da me curato nel 1990, a corredo della riedizione degli scritti brandiani sull’artista voluta da Vittorio Rubiu.[1]

Il tema è uno solo: la monografia che Morandi ha da tempo affidato per il testo critico a Francesco Arcangeli e per la pubblicazione alle Edizioni del Milione di Milano (le frasi espunte dalle lettere ed indicate dai tre puntini tra parentesi quadrate non riguardano l’argomento).

Tre sono i protagonisti del fittissimo scambio di corrispondenza: Morandi, Arcangeli e Gino Ghiringhelli. Insieme a loro intervengono, come prime voci di un coro certamente più ampio, Roberto Longhi, Cesare Brandi, Mino Maccari e Peppino Ghiringhelli, il fratello ‘libraio’.

L’arco di tempo è quello compreso tra la prima lettera, qui pubblicata, di Arcangeli a Gino Ghiringhelli del 30 luglio 1959 – scelta come incipit, perché contiene in nuce alcuni dei problemi che via via affioreranno – e l’ultima, già ricordata, di Morandi a Brandi, quasi un riassunto della «dolorosa vicenda del testo di Arcangeli» e della ragioni del suo rifiuto da parte di Morandi.

Il serrato ordine cronologico con cui le lettere vengono qui pubblicate favorisce la comprensione dell’accaduto e della sua dinamica attraverso le testimonianze dirette, a caldo, dei protagonisti, in un dialogo polifonico in grado di restituire lo spessore umano e culturale della vicenda e le diverse, sempre più contrastanti, posizioni in gioco.

Arcangeli, da grande scrittore qual è, scrive moltissimo; come sempre, Morandi dice il minimo indispensabile, ma pondera con estrema attenzione ogni parola; Ghiringhelli si trova stretto fra i due, ma non riveste un ruolo passivo in quanto, pur tentando a lungo una mediazione di fatto impossibile, si schiera apertamente a fianco di Morandi, offrendogli quella comprensione e quell’appoggio che si rivelano per lui indispensabili in questo difficile periodo. Gli altri ascoltano e commentano: decisivo sarà il ‘giudizio’ di Longhi; ironico come sempre, ma esplicito, il commento di Maccari; di Cesare Brandi, invece, non si è ritrovata alcuna testimonianza diretta, ma, forse, può servire a comprenderne la posizione il commento che troviamo in una sua lettera più tarda, del 7 gennaio 1966, inviata a Gino Magnani: «A Roma desidererei anche di ricevere almeno due copie del catalogo di Morandi, che da Edinburgo potevano anche spedirmi, siamo giusti: sicchè non l’ho visto.[2]E me ne ha scritto, flebilmente lamentoso, l’Arcangeli».[3]

 

Per una più immediata comprensione della vicenda, se ne riassumomo qui i termini essenziali: fin dal 1951 Morandi concorda con Gino e Peppino Ghiringhelli la pubblicazione di un volume monografico sulla sua pittura e ne affida al giovane Francesco Arcangeli il saggio critico, che dovrà essere corredato da un’ampia scelta di illustrazioni e da un’approfondita ricerca bibliografica, fino ad allora mai tentata. Dopo numerosi rinvii, Arcangeli inizia concretamente a scrivere nel luglio 1960 per concludere la prima stesura, la ‘malacopia’, il 16 agosto 1961 («sono, ahimè, 290 cartelle», scrive Arcangeli a Peppino Ghiringhelli). Pochi giorni dopo, lo studioso inizia a scrivere la «stesura definitiva» e al 1° novembre è alla «cartella di seconda stesura 160». L’8 gennaio 1962, Gino Ghiringhelli può finalmente annunciare a Morandi: «stamane Arcangeli mi ha telefonato di avere ieri sera terminato il testo e che entro un paio di giorni lo porterà a Lei».

Ma, ormai, a questa data tra l’anziano artista ed il ‘suo’ critico quarantasettenne, e nonostante altri tre mesi di tentativi più o meno convinti di accordo, si è già verificata la rottura.[4]A metà aprile Morandi e i fratelli Ghiringhelli decidono quindi di non utilizzare il testo di Arcangeli per la monografia per affidarne piuttosto l’introduzione critica a Lamberto Vitali.

Questi, dopo diversi giorni di incertezza, accetta l’incarico ai primi di maggio del 1962, per consegnare le sue  circa 40 cartelle di testo (pari a 33 pagine del volume in A4)  nell’aprile dell’anno successivo. Scrive infatti Vitali a Morandi il 16 aprile 1963: «domani leggerò il testo a Ghiringhelli» e poi lo invita a Milano, «per passare la domenica con me», evidentemente per leggere insieme il testo e commentarlo.

Il 27 aprile Vitali scrive ancora a Morandi: «Carissimo Morandi, mi fa molto piacere che il mio testo le sia piaciuto; sento che è manchevole specie nella seconda parte, che non ha un sufficiente slancio letterario, na oggi come oggi non mi sento di rimetterci le mani. D’altra parte ho la coscienza d’aver fatto, credo, una cosa onesta e chiara, tale che chiunque la potrà leggere senza difficoltà».

Ma Arcangeli chiede ai fratelli Ghiringhelli il rispetto del contratto e la pubblicazione del suo saggio (cfr. la sua lettera del 20 aprile 1962 a Peppino[5]). Dopo altri ripensamenti e contrattempi, tra la primavera e l’estate del 1964 escono così per le Edizioni del Milione due volumi: il grande libro voluto da Morandi ed ora introdotto da Lamberto Vitali, con una ricca antologia critica e ben 252 tavole in bianco e nero ma soprattutto a colori (sono in gran parte le illustrazioni scelte da Arcangeli, ma completamente riviste da Vitali) e un volume più piccolo e in brossura con il saggio di Arcangeli, corredato da sole 56 immagini in bianco e nero e con i rimandi al volume maggiore, a margine del testo.

Se Morandi riesce a vedere la monografia di Vitali, finita di stampare il 25 gennaio 1964, non altrettanto potrà fare per il saggio arcangeliano, che è pronto solo il 31 agosto 1964, quando già sono scomparsi tanto Morandi, in giugno, quanto Gino Ghiringheli, in agosto.

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 30 luglio ‘59

Carissimo Gino,

[…]

stai sicuro che nel processo di mia convalescenza psicologica e di riassestamento della mia vita (processo spero bene avviato) Morandi e il libro è la primissima cosa da affrontare: e comincerò a lavorarci, prima un po’ lentamente, tra 1 e 20 agosto, che sarò a Bologna, e ancora in settembre. E poi dai primi d’ottobre mi impegno per la lunga volata finale, che sarà veramente la volata finale. Spero che la salute mi assista (va un po’ meglio) e anche per questo nella seconda metà di settembre, prima dell’ultimo sforzo, farò forse 15 o 10 giorni di riposo.

Stai tranquillo sul mio impegno e sulla mia buona volontà.

[…]

Un abbraccio dal

tuo

Momi»

  

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 11 febbraio 1960

Caro Gino,

[…]

Prima poi di concludere il libro su Morandi la mia situazione di presentatore è particolarmente delicata; mi accorgo, da alcuni anni a questa parte, che la mia presentazione è un’arma a doppio taglio. Non per me, che almeno da quando ho scritto gli “Ultimi Naturalisti”, e potrei dire da sempre, sono abituato a prenderle; ma per gli artisti che sostengo. La crudeltà che si è accanita, alcune volte, su Mandelli, o un Bendini, o un Giunni, sempre cioè su galantuomini indifesi, di cui si sarebbe – se non altro – dovuto rispettare l’onestà, mi ha fatto dubitare che una mia presentazione sia più pericolosa che utile per l’artista presentato.

[…]

Ne ho già abbastanza di queste storie. Quando avrò fatto il libro su Morandi, che è ormai un tabù (e in un paese conformista come l’Italia i tabù sono alla base di tutto), questa condizione dovrebbe mutare, nel senso di non esporre i miei artisti agli attacchi più brutali o insidiosi; e nel senso di potermi concedere qualche lusso.

[…]

Un abbraccio dal tuo

Momi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

 

«Bologna, 3 Maggio ‘60

Carissimo Gino,

Da qualche giorno ho ricevuto e incassato l’assegno, che gentilmente mi hai inviato. Per me è un vero aiuto, e un forte incoraggiamento. Nel ’58 con l’anticipo di 250.000 lire ho potuto entrare in questo studio; cosa fondamentale, altrimenti il mio lavoro era finito

Adesso, con queste 200.000 sarò più tranquillo fino al traguardo; per esempio, mi farò fare tra pochi giorni uno scaffale alto che mi ridarà respiro e ordine, quindi ben migliore possibilità di lavoro. Stavo già tornando in asfissia, non per mancanza di cubatura spaziale, ma per mancanza di posto dove collocare libri, riviste, ecc. Fra dieci, quindici giorni al più tardi avrò quindi, anche materialmente, un’ottima tastiera a disposizione.

Il tuo aiuto mi è venuto al punto giusto, perché ero un po’ angosciato, ormai, e d’altra parte io proprio non riesco più a chiedere; sarà l’età. È stato molto importante e amichevole che tu mi sia venuto incontro spontaneamente.

Il lavoro, nonostante le noie che in questo momento mi dà la galleria, va avanti. Ho sollecitato ora Magnani, ho scritto ad Apollonio accennando alla bibliografia, ancora una volta, ma ci spero poco; e sarebbe un guaio.

Ho potuto avere due volumi su Derain, molto importanti per il mio lavoro; e poi lavoro molto di appunti, che è, per me, il modo di “cuocere” la questione.

Arrivederci presto, caro Gino, stai tranquillo e abbiti il mio ringraziamento e un carissimo ricordo dal

Tuo

Momi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

 

«Bologna, 1° luglio, 1960

Carissimo Gino

[…]

Lunedì 4 sarò a Milano per lavorare al Morandi, vedere quadri (soprattutto Vitali, ho già scritto alla signora); e, se potrai, magari anche avere da te qualche cosa di vecchi scritti o cataloghi.

[…]

Io sto lavorando disperatamente; sono stato molto sfortunato, le interruzioni per la galleria sono state gravissime, ma per fortuna posso stare un poco in pace. Martedì 5 luglio comincerò a scrivere, e in 15 giorni credo che butterò giù forse anche 70-80 cartelle. Non sarà il libro perfetto, ma sarà la prima stesura; un nocciolo che poi in due mesi o giù di lì spero di tirare a lucido.

Arrivederci presto, ti abbraccio

Momi

segue

  1. Siccome domani sono a Firenze sempre per Morandi (ricerche in biblioteca), così, se tu avrai qualche cosa in contrario a che io venga a Milano lunedì, o fammi un espresso; o un telegramma (è meglio).»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

 

«Bologna, 29 luglio, 1960

Carissimo Gino

[…]

Abbiamo fatto, insieme con Morandi, lo spoglio dei 388 numeri dell’archivio Morandi: per me – detto fra noi – è stato un po’ una delusione perché lo speravo molto più ricco di opere dal ’20 al ’45. È importante per questo dopoguerra; ma, prima che io arrivi col mio lavoro da quelle parti passerà certo tutto agosto (fra l’altro, io per una decina di giorni interromperò il lavoro per la scappata di cui ti dissi a Parigi e a Londra).

[…]

Il mio lavoro procede regolarmente. Questa settimana ho più letto che scritto; a dovevo anche trovare un po’ di tregua al mese che passò prima del 20 luglio, per me angoscioso. Però, la “carica” non m’è passata, e l’importante è che io mangi e dorma regolarmente.

[…]

Un cordiale ricordo a Graziano, a te un caro abbraccio

Dal tuo

Momi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Giorgio Morandi

 

«Bologna, 16 Agosto 1960

Caro Morandi

sono stato felice di vederti così bene a Grizzana, giorni fa. M’è parso che Lei sia proprio al riparo di ogni cosa più brutta, di ogni fastidio più pesante; e pronto al riposo come al lavoro; nei modi che vorrà. Non è poco, ma sono stato felice. La casa è semplice; ma è pulita, accogliente, dignitosa, “vera” come la famiglia che l’ha costruita; e Grizzana è bellissima.

Non so se il “bello di natura” esiste o non esiste; a me pare di sì, e mi sembra quasi, persino, una cosa oggettiva, anche se così non è. E il Suo lavoro m’è parso, ancora una volta, in concordanza piena e profonda con quel sobrio paradiso che è la vallatina delle Lame.

[…]

Questo viaggio mi interrompe il lavoro per il Suo libro. Però mi fermo al punto giusto per essere alla pari fra lavoro di preparazione ed esecuzione. Ho scritto già 50 cartelle (20 in questi 2 giorni di ferragosto), e – non si spaventi – sono al 1916; ma procedendo la mia analisi si farà meno fitto (se no il libro sarebbe asfissiante), e credo che con 150 cartelle potrò finire, all’incirca.

Non sono scontento, soprattutto perché mi sento ormai sicuro di poter superare la grande prova. Ho già 45 anni, e non avevo mai fatto un vero libro. Adesso so cos’è fare un libro. giusta energia, giusta pazienza ci vuole. È una cosa tutta nuova, o quasi tutta. E anche questo mi dà entusiasmo.

[…]

A Lei il ricordo più vivo e il più cordiale arrivederci dal

suo

Francesco Arcangeli

49, Strada Maggiore»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

 

«Bologna, 16 Agosto 1960

Caro Gino

[…]

Sono riuscito a portare avanti insieme, abbastanza bene, il raccogliere materiali e lo scrivere. Tra ieri e ier l’altro ho scritto 20 cartelle. Non è poco, è un discreto “strappo”, e tutto mi sembrava filare per il suo verso. Mi sono fermato, prima di partire, al punto giusto; e questo mi permette di partire sostanzialmente tranquillo. Non è poco. Non spaventarti se sono al 1916. Ma procedendo l’analisi sarà molto più rapida, l’importante è avere stabilito le basi, il metodo di tutto il lavoro. Ormai sono sicuro di andare fino in fondo. Feci leggere, così a scarico di coscienza, le prime venti cartelle a Vacchi; non è uno sciocco, e m’ha detto che gli sembrano molto nuove.  Mi auguro non vada tropo lontano dal vero.

[…]

Sono stato a Grizzana qualche giorno fa, ho trovato Morandi ottimamente, la casa quel che ci vuole per lui, il posto bello, le sorelle contente; e, importante, uno squisito piccolo paesaggio già finito, due interessanti paesaggi, ma ancora troppo indietro, e due belle nature morte. Forse (salvo che nel paesaggino) Morandi non ha ancora superato interamente l’acclimatarsi a quella luce più bianca; ma è certo che lo farà, e proprio forse da quella luce chissà quali note caverà fuori. A Londra e Parigi vedrò Picasso e Poussin; e studierò, per mie ragioni particolari, Turner. Per il Morandi, mi farà bene vedere una bella mostra Picasso.

[…]

Ti auguro un mondo di bene, e un caro arrivederci dal

tuo

Momi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghirighelli

 

«Bologna, 4 Aprile 1961

Carissimo Gino

perdona il silenzio, e i mancati auguri, che ti ricambio di gran cuore, se pure retroattivamente. Sì, lavoro, e ho riattaccato attivamente; nel frattempo sono riuscito a consegnare quel lavoro sulle nature morte del fratello del Guercino, che avevo interrotto da mesi, e che era l’ultimo ostacolo sulla strada Morandi. Non è stato un ostacolo negativo, perché mi ha fatto riconsiderare – praticamente – tutta la storia delle nature morte, in modo che ora posso procedere sulla strada Morandi senza esitazioni, con le spalle storicamente guardate. E non è poco.

[…]

Care cose anche a Graziano e Ceroni, a te un abbraccio

tuo

Momi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 5 giugno ‘61

Carissimo Gino

[…]

No, la vita culturale non è facile in Italia; lo so io, che da un anno mi arrabatto a cercar libri e riviste; non ti dico la fatica per arrivare a una nozione, incompleta, dei “Valori Plastici”. E questo tempo inutilmente perduto! Pazienza… e d’altra parte non è lavoro che si possa trascurare, quando si vede come le comuni trattazioni siano piene pienissime di errori di date o di luoghi comuni senza fondamento.

Anche per questo ti prego di avere ancora un po’ di pazienza tra giugno e luglio; una volta che questa parte mediana del mio lavoro richiede ancora qualche ultima ricerca. E poi, sulla parte conclusiva, tutto filerà come l’olio.

Ho da qualche giorno, qui al mio studio, la grande – e bellissima – natura morta di Longhi. Se potessi venire a Milano te la porterei; ma non vorrei perdere nemmeno un giorno, è un momento troppo decisivo per il mio lavoro. Un giorno – mi pare molto, molto piacevolmente – me lo ha fatto perdere Bloch, con cui del resto siamo andati (la domenica scorsa) in ottima gita a Grizzana. Gran piacere di Morandi, di Bloch; e naturalmente mio. Non aveva nulla di nuovo, di pittura.

Non dubitare Gino, io lavoro accanitamente, sarà questione un mese prima un mese dopo, ma vedrai che per Natale avremo l’ormai leggendario volume. Non sarà per il mio testo, ma farà epoca.

[…]

Intanto ti abbraccio, e spero di vederti presto

tuo

Momi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 13 giugno ‘61

Carissimo Gino

[…]

Sto lavorando forte; oggi ho scritto più di nove cartelle, domani spero scriverne altre 10 o 12. Un abbraccio dal tuo

Momi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 26 giugno ‘61

Carissimo Gino

ti scrivo queste due righe perché tu sia un po’ tranquillo sul mio conto. Ho già steso 105 cartelle dattiloscritte, e non son poche; nei momenti di fortuna e di maturazione scrivo anche sei, sette pagine in un giorno. Conto, da qui a un 20 – 25 giorni di avere finita tutta la prima stesura, e se Dio m’aiuta e se non avrò disgrazie sicuramente ce la farò.

Che cosa dici di avere tutto, testo definitivo riscritto e pronto, bibliografia, foto in nero da trovare ancora […]. Lo so, ci ho messo, ci metto a finire sette mesi invece di quattro com’era nello schema di contratto, ma questo libro è una cosa grossa, potevo anche credere di non farcela per immaturità.Adesso ci sono dentro fino in fondo, e so che ormai non mancherò più: per la parte ancora da stendere ho appunti fondamentali, telaio, etc. Ma insomma, è il più alto onore, ma anche la più grossa cambiale che mi è toccata in vita. Ormai sento che faccio fronte, e allora mi viene addosso anche un po’ di orgoglio.

Non pensi che con settembre, ottobre, novembre, dicembre a disposizione tutto sarà pronto per Natale?

[…]

Un abbraccio da

Momi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 30 giugno ‘61

Carissimo Gino

[…]

Sono un po’ preoccupato per il testo, perché tu mi avevi detto di scrivere quanto volevo; ora oggi io sono a 119 cartelle di malacopia; e penso di non cavarmela con meno di altre 60 cartelle. Sei tu che devi dirmi se debbo ridurre poi, e di quanto. In ogni caso, la cosa essenziale è stabilire quale rapporto c’è fra le mie cartelle e le pagine stampate. Cercherò di farlo al mio ritorno; e, prima di rimettermi a scrivere dedicherò un paio di giorni a completare la bibliografia che ho già; e poi ti spedirò.

[…]

Con un caro abbraccio

tuo

Momi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, lunedì mattina, 10 Luglio ‘61

Carissimo Gino

un espresso, sperando che queste due righe ti trovino al ritorno dal week-end. Io ti aspetto venerdì mattina; ma dovrai venire in auto, immagino, perché mi pare vi sia lo sciopero dei ferrovieri. Io non credo di potermi trovare allo studio, perciò è meglio che ci vediamo da Morandi sulle 11.30.

Venerdì cercherò di darti le foto in nero che già sono a mia disposizione per il libro, eventualmente la bibliografia, quello che posso. Per me attualmente è un po’ duro distrarmi dalla volata dello scrivere (sono oltre la cartella 150) ma farò del mio meglio.

Arrivederci, scusa la fretta, ti abbraccio

tuo

Momi»

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 16 agosto 1961

Caro Ghiringhelli,

ricevo la Sua del 14. La notizia della scomparsa di Sironi mi assai addolorato. Ha fatto bene a mettere il mio nome nella partecipazione del Milione.

Io abbastanza bene benché sento gli anni che aumentano ed anche la fatica aumenta. Il lavoro mi affatica sempre più.

Anch’io non ho più avuto notizie da Arcangeli. Lo ho visto solamente un giorno a Bologna. Mi sembra mi abbia detto che lo scritto per la monografia e quasi finito.

[…]

A Lei, a Suo Nipote ed al Fratello tanti cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Peppino Ghiringhelli

 

«Bologna, 16 – 8 – ‘61

Caro Signor Peppino,

ho finito la prima stesura. Sono, ahimé, 290 cartelle; ma su questo punto vedremo. Tutta la benzina che avevo, è certo, ce l’ho messa.

[…]

Un cordiale ricordo dal

suo

Francesco Arcangeli

P.S. Entro settembre conto darvi tutto»

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 18 agosto 1961

Caro Ghiringhelli,

ho ricevuto posta da Arcangeli proprio dopo averLe inviato la lettera di ieri.

Arcangeli mi dice che ha già ultimato lo scritto e che ora dovrà rivederlo.

[…]

Caro Ghiringhelli i più cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Peppino Ghiringhelli

 

«Mongardino, 24 agosto ‘61

Caro Signor Peppino,

[…]

Io sto così: ho finito la prima stesura il 16 agosto, e mi sono portato qui (povera vacanza, finirà domani!). tutto il materiale. Ne ho già riletto a fondo i 4/5, domani o domani l’altro a Bologna comincerò la stesura definitiva. Debbo far leggere a Morandi, naturalmente, e penso di poter inviare o portare a Milano le prime 70 – 80 cartelle entro il 10 di settembre. Prima, credo non sia possibile. Continuando con quel ritmo, verso la fine del mese di settembre, o poco dopo, vi potrò consegnare tutto.

Farò anche i richiami di materia, in margine.

Quello che mi spaventa è che, con tutta la buona volontà, non so se riuscirò a diminuire 20 cartelle in tutto. È un testo poderoso, ma chiacchiere, pur nel tono analitico e dibattuto, ho cercato di non farne. Gino mi parlava di una scorta vostra di carta per 220 cartelle mie all’incirca. Cosa fare, se passerò quel limite di 40-50 cartelle. Lo so, non sono un autore comodo; d’altra parte, con Morandi non c’è da scherzare, e spero che il mio testo lo faccia intendere.

[…]

Un sincero ricordo dal

suo

Francesco Arcangeli»

 

[Accanto alla data e intestazione della lettera, si legge un appunto autografo di Peppino Ghiringhelli al fratello Gino: «Gino/ Non può tagliare – e del resto, perché rinunciare a pagine importanti – / Bisognerà arrangiarsi con la carta»].

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 3 settembre 1961

Caro Ghiringhelli

[…]

Sta bene quanto mi dice del testo. Che cioè sono stati tolti certi pareri e giudizi su artisti contemporanei. Io desidero vivamente non suscitare polemiche. Sopratutto per la ragione che, giustamente, il lettore può supporre che io approvi e condivida pienamente. Arcangeli può benissimo dire quanto pensa ma in altra occasione.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi»

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 16 settembre ‘61

Carissimo Gino

ieri sera non ho fatto a tempo a finir tutto; ti ho spedito, entro le ore 20, le prime 68 pagine del testo. Sono state tutte rivedute da Morandi, le pagine dal 42 al 68 le abbiamo addirittura lette e discusse insieme, ier l’altro e ieri, in tre sedute durate molte ore.

Il suo giudizio è positivo, soprattutto ho capito che Morandi è profondamente interessato, non solo al libro, ma anche al mio testo; che, per quanto può parlarsi di “passione” in un Morandi di oggi, lo appassiona. Naturalmente, non m’aspettavo rose e fiori. So che il mio testo è, almeno come tentativo, abbastanza nuovo, e perciò non c’era da aspettarsi un’approvazione incondizionata punto per punto; soprattutto per gli anni pieni e avventurosi della giovinezza, per cui è comprensibile che Morandi possa controllare ogni sfumatura.

[…]

Per il libro, dunque – Ti ripeto – e questo fa piacere – che Morandi tiene moltissimo alla miglior conclusione del lavoro. Ed è bene che ti avverta che le tavole a colori non preventivate del “Cortile” di Vismara lo ha un po’ turbato; e perciò sarebbe necessario che tu, per tutte le ultime cose ancora da fare, seguissi fedelmente i suoi desideri. Non vorrei (non credo, seriamente) che ne sortisse fuori quella “buccia di banana” tale, non dirò da compromettere, ma da incrinare quel bell’accordo, fondato sulla stima e sull’affezione, che è sempre regnato fra te e Morandi. Perciò, se riuscissi a mettere il “passo giallo” Vitali al posto del “passo giallo” Mattioli sarebbe cosa ottima. Sai bene cosa diventa, o sembra diventi, l’idea di tutto; e occorre che marciamo tutti di conserva.

[…]

Se capisse che lo stare noi in tre posti diversi complica tutti; e che l’intervento di Morandi rallenta un po’ tutto quanto. Meglio, però, lentezza prima che “grane” o scontenti dopo.

[…]

Perdona se ho lasciato per ultimo (ma non volevo dimenticare nulla di “pratico”) il ringraziamento a te per le tue impressioni sul mio testo. Mi hanno confortato grandemente, e il fatto che ne sia convinto tu, mi è fondamentale. Per fortuna che in qualche particolare pensi diversamente, così vuol dire che fra noi c’è “discorde concordia”; che è la cosa più bella e più rara. Andando avanti il testo diventerà, forse, in alcune cose, un po’ meno “eccitante” (ammesso che lo sia al principio); però spero che diventi anche più profondo e che non manchino qua e là, e abbastanza spesso, quei colpi di timore che non inducano il sonno nel lettore che avrà voglia di seguirmi. Sì, hai proprio ragione, credo che noi stiamo lavorando a “qualcosa di duraturo”, che prima di tutto è Morandi; e sono lieto, per la stima e l’affezione che ti porto, che questo accada insieme.

Quanto a Morandi, beh, sono tanto presuntuoso da credere che il libro gli piacerà ancor di più man mano che lo digerirà. Lo sento, ti ripeto, profondamente interessato; e il primo incontro col mio testo (che varrà quel che varrà, ma penso sia di un tipo d’assaggio cui non è abituato) non poteva non produrgli un certo che; penso che, quando si sentirà inserito (come almeno è nella mia intenzione) nel grande fiume della civiltà d’occidente – e non appeso soltanto in mezzo al cielo – avrà un sentimento di piacere; di essere ancora vivo, anche per gli altri, come è in se stesso. Non già in museo. Grazie, caro Gino, ti abbraccio di cuore.

Momi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 2 Ottobre 1961

Carissimo Gino

[…]

Dunque, tre ore fa ti ho spedito per espresso altre 21 pagine, fino a tutta pagina 90, e perdona se la frase si interrompe a metà. In realtà sono arrivato all’inizio di pagina 104, praticamente all’inizio della fase dei “Valori Plastici”. Morandi però, a cui oggi avrei dovuto leggere, per mandartele, queste pagine, ha discusso con me tutta la mattina, e, mi pare, positivamente; non che mi abbia fatto complimenti, non me ne ha ancora fatto mezzo fino a pagina 90, ma comincia ad abituarsi, mi pare, al libro. Così non ha letto niente di nuovo, e gli ho lasciato le 13 pagine nuove da portare a Grizzana. Questo è l’importante. Morandi è stato, a suo e nostro danno, ”viziato” dalla nostra critica e dalla nostra cultura. Quindi, prima di capire le mie intenzioni, per forza fa fatica. Un uomo che è stato convinto, per i cattivi consigli di Vitali (maggior responsabile) e di Bloch (minor responsabile) a mandare all’estero la mostra più disadatta a farlo capire che si potesse immaginare, non può essere contento per perlì d’un testo come il mio; oppure, se ne è contento non lo dice, almeno subito e forse mai. Io ho l’ingrato compito di discutere, attraverso di lui, con tutti i vizi formalistici e petrarchisti della critica italiana; e ho il sacrosanto dovere di difendermi, mantenendo il debito rispetto, contro le sue non ottime abitudini. È una situazione complicata: io mi debbo difendere “con le mani legate”, perché è lui che mi ha scelto per scrivere il testo. Adesso dice, per esempio, che prima che il libro esca avrebbe piacere di vedere tutto il testo perché a leggerlo a pezzi e a bocconi non può giudicare bene. Io non so cosa dirgli; sarà possibile farglielo vedere tutto in bozze? In ogni modo, la cosa ho capito che procede; bisognerà aver pazienza; gli intralci temporali che metterà Morandi sarà il prezzo da pagarsi perché lui sia in definitiva, contento. Lui tornerà per un paio d’ore a Bologna sabato mattina 7 ottobre e avrà letto fino alla pagina 103. Io gli porterò quelle altre 20 – 30 cartelle che avrò messo in pulito nel frattempo, e Morandi o se le leggerà subito o se le porterà da leggere su a Grizzana. È poco, caro Gino, lo so; ma io non so cosa dirti. La parte da cui sono uscito ora è fondamentale, e non ho potuto riscriverla alla svelta; c’è la “metafisica” di mezzo, argomento formidabile, e sarebbe nulla; ma ci sono i rapporti fra Morandi e la “metafisica”, che, detto fra noi, sono anche più formidabili. Detto fra noi, Morandi ammette con fatica, pur con sinceri cenni di stima per il Carrà di allora, rapporti reali con Carrà; ha, a mio parere, assolutamente torto, non perché lui sia mai dipeso da Carrà, ma perché Carrà ha effettivamente contribuito a quell’evidente mutamento del suo stile che accade nel ’18 (per intenderci, fra i grandi “Fiori” Vitali, dell’inizio dell’anno, e la “Natura Morta” Orombelli che è dell’estate). È umano che Morandi difenda la sua autonomia, anche al di là del giusto; giustamente teme che dire di questi suoi rapporti con Carrà (o, se preferisci, con De Chirico attraverso Carrà) voglia dire disconoscere il fatto che, fin dal 1911, e soprattutto con i quadri del ‘16, lui era già metafisico a modo suo; in modo d’origine cézanniana, e non anticézanniana, com’è anticézanniana la radice di De Chirico. Una grave difficoltà, un delicato compito in cui non si può sbagliare neanche una parola, e non basta nemmeno. Però io non posso far diversamente, e difendo a denti strette quella che per me è la verità giusta. Tuttavia, non temere, la discussione di questa mattina, durata quasi tre ore, è stata salutare. Morandi comincia ad abituarsi a considerarmi, in realtà e non in astratto, un essere pensante; e questo è già molto. E la stessa difficoltà con cui accetta il mio testo è segno che il mio testo gli dà qualche cosa, lo allarma, lo muove dalle sue abitudini; e non è facile rinunciare con entusiasmo, a 71 anni, alle proprie abitudini. Gli ho ripetuto questa mattina, con convinzione, che, alla fine del mio lavoro di analisi, la sua statura mi è cresciuta; e questo, in definitiva, quando lui avrà compreso bene che io non glielo dico per sviolinarlo né lustrargli le scarpepenso che lo renderà sostanzialmente tranquillo.

È chiaro che, se in questo momento non mi sentissi moralmente così tranquillo, la cosa sarebbe stata gravissima, e potevo crollare. Fortunatamente comincio a farmi uno stomaco che finirò col digerire anche le palle dum-dum. Sapevo già prima che la reazione di Morandi sarebbe stata quella che è stata, e non mi facevo nessuna illusione, né pretendevo d’avere elogi da lui. Certo, la reazione è stata anche superiore alle previsioni. Tale che, dopo le due prime letture, mi aveva prodotto un contraccolpo che per qualche giorno non sono più riuscito a lavorare. Poi, è passata. Immagina un ciclista che, dopo un severo allenamento, dopo unagrossa fatica, e dopo una “volata lunga” e dopo aver creduto di aver tagliato il traguardo, si accorga all’improvviso che il traguardo è un chilometro dopo. Può essere un asso, può avere un fiato da leone, ma lì per lì se la passa male. Non so se sono un asso, se ho il fiato da leone; la realtà è che l’ho passata male, e che tuttavia mi sono già ripreso, e vado rifacendo il fiato per il secondo traguardo, che consiste nel momento, per me per ora imprecisato, nella data (ma spero non sarà troppo tardiva, né che passerà ottobre) in cui Morandi darà il via definitivo al mio testo. Pensi che sarebbe meglio aver pazienza, e farglielo leggere, d’ora in avanti, tutto in una volta [?] Io non lo so, perché non capisco esattamente le esigenze tipografiche del libro; e d’altra parte non vorrei soffrire più del necessario, dato che della benzina ne ho già spesa da morire. Se mi scriverai qualche cosa in proposito, te ne sarò veramente grato; e ti sarò grato anche se, nei limiti di quello che ritieni giusto, potrai dire a Morandi, se avrai l’occasione, l’ottima impressione che hai ricavata finora dal mio testo. Fallo però, mi raccomando, soltanto se hai l’occasione, perché non vorrei che Morandi pensasse a una manovra combinata. In ogni caso ho le tue lettere ma per discrezione non gliele ho mostrate, né gliene ho parlato.

Un’altra preoccupazione di Morandi è che io non parli abbastanza bene dei francesi, e in particolare di Picasso e di Braque. “Entro certi limiti” (per fortuna questa mattina ha ammesso che il suo controllo sul mio testo deve contenersi entro certi limiti) vedrò di accontentarlo. Certo, è una bella sorte che si debba fare grandi sforzi per fare accettare all’autore il maggiore e sincero omaggio che io gli potessi fare: di dire, cioè, tutta la verità su di lui, perché l’autore ha le spalle per sopportare tutta la verità (naturalmente, io qui identifico con la verità le mie opinioni).

Perdonami questo lungo sfogo, di cui ti prego di fare uso privatissimo; ma forse mi era necessario.

[…]

A te un abbraccio

tuo

Momi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 8 Ottobre 1961

Carissimo Gino

ieri ti ho spedito, raccomandato espresso, il gruppo di fotografie per i neri. Per il ’26 (ma io credo poi fossero piuttosto del ’25) c’erano delle rose, belle; per il ’27 un Paesaggio molto originale, ma Morandi non vuol sapere né delle une né dell’altro. Dovremo rassegnarci a lasciar vuoti l’uno e l’alto, a meno di non ricorrere alle incisioni. Per il ’26, che fu un anno sfortunato per Morandi, non ci sarebbe che il Paesaggio con la ciminiera (Vitali 27); ma io non ci terrei troppo (detto fra noi, che non senta Morandi, a me sembra un po’ “carrariano”). Per il ’27, e questo penso potrebbe andare, un’incisione di paesaggio: a tua scelta, se vuoi, o La strada (Vitali 30), bellissima, ma, non dirlo a Morandi, lievemente fattorina; o il “Paesaggio del Poggio (Vitali 33), che mi pare quello di cui si è più certi che Morandi acconsenta; o il Paesaggio con il grande pioppo (Vitali 34), bellissimo, d’una luminosità affascinante, ma, nella forma, leggermente “strapaesano”.

[…]

Ti mando qualche pagina anche del testo. Figurati, ieri Morandi si era dimenticato, o finto di dimenticarsi?, le pagine dal 91 al 103 su a Grizzana. Così, abbiamo discusso in generale, a colazione insieme da Cesarina e a casa. Ripete sempre le stesse cose, io le discuto, e cerco di discutere la più pericolosa di tutte; cioè quella che lui deve essere d’accordo con me sulle idee del testo. In ogni caso, vedrai già dalle correzioni sulle pagine che ti invio che faccio il possibile (nei limiti, speriamo, della dignità) per accontentarlo. Certo, questa lettura a pezzi e a bocconi che sono obbligato a fargli fare, e il fatto che noi tre si sia in tre posti diversi, non sono cose favorevoli.

Son convinto che, se Morandi avesse potuto, o potesse leggere tutto il testo insieme, la prospettiva gli si cambierebbe (e diventerebbe, o più buono, o più cattivo). Lo dice anche lui. Ma come fare? Sarà impossibile che io ti proponga di dargli il testo tutto insime? cioè, lasciarmi scrivere fino alla conclusione, dargli a Morandi le cartelle in lettura tutto in una volta, e poi partire per la stampa? Immagino che non sia possibile, per ragioni di tempo; ma penso che è un peccato, perché a me tocca soffrire troppo rispetto alle mie condizioni di relativo logorio psicologico. Pazienza… Il tuo conforto circa la parte letta finora, mi consola molto, e mi spinge – non temere – a proseguire con alacrità.

Ho in bella fino a pagina 120, e ti mando quello che posso. Saluti a tutti, a te il più caro arrivederci

tuo

Momi»

 

 

22.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 15 ottobre ’61, notte

Carissimo Gino

va’ un po’ meglio. Ti posso mandare altre 41 pagine; sono già oltre, nettamente anche se di poco, della metà strada. Morandi comincia a capire com’è fatto il libro, e gli comincia a andar meglio. M’ha dichiarato esplicitamente che delle prime 100 pagine aveva mandato giù male un po’ tutto; ma quando potrà rileggere tutto insieme sarà un’altra cosa.

Ti torno a chiedere se per caso tu puoi attendere l’ultimo blocco tutto in una volta; questo fatto che Morandi debba leggere a pezzi e a bocconi è dannosissimo. E sarà giusto che tu abbia fretta di uscire alla scadenza, ma anch’io avrei diritto di non crepare d’angoscia per strada, come ho quasi rischiato di fare. Comunque, sperando – ma come essere certi – che sia passato il peggio, io starò a quello che mi dici. Ma fammelo sapere, te ne prego.

[…]

A te un caro abbraccio

tuo

Momi»

 

 

23.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 18 ottobre 1961

Caro Ghiringhelli

[…]

Ed ora Le dirò che Arcangeli mi fa un vero disperare. Io come lei sa desidero che nel testo non si polemizzi con alcuno. Ed ho credo pienamente ragione. Invece Arcangeli insiste ad esempio per farlo con Cassù [sic!] e con Argan. Secondo il mio parere ha anche torto. Io non ho nulla contro queste persone. Questo potrebbe danneggiare unicamente.

[…]

Riguardo ai dipinti degli anni dal 1929 al 33 io dipinsi pochissimo, quasi nulla. Non ha importanza se mancano dipinti per alcuni periodi.

[…]

Il suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, Mercoledì 18 ottobre ’61

Carissimo Gino

[…]

Ho saputo da Morandi che avete deciso, che non sia indispensabile uscire a Natale. Non vorrei fossero state le mie righe di sabato a produrre la nuova determinazione; d’altra parte mi sono scappate dalla penna. Avevo un accesso non trascurabile di nevrosi cardiaca, e non ne potevo più. Alle gravi preoccupazioni che mi aveva dato Morandi si aggiungevano grane complicate per la Galleria di Bologna, e inoltre la presenza dei due inglesi, venuti a posta da Londra per lavorare alla grande mostra […].

Io, pur facendo le cose molto bene, meglio che posso, voglio finire al più presto. Sono psicologicamente abbastanza sfinito, debbo far fronte con gran fatica ai miei doveri (galleria e mostra del ‘600) e non posso praticamente occuparmi – da mesi e mesi – del mercato antiquario. Certo, se Morandi restasse a Bologna invece che tornare a Grizzana, sarebbe gran cosa, e un bell’aiuto.

Per me, inoltre, una ragione fortissima che il libro esca al più presto è la faccenda di mostrarlo a mia madre prima che chiuda gli occhi del tutto. Con tutto questo desidero di uscire presto da questo lungo tunnel che mi pare non finisca mai, ti debbo anche dire che il Morandi come “libro strenna” non l’ho mai veduto. Dalle tavole al testo, questo è un vero libro, non è una “strenna”; e, a mio avviso, non merita di andare confuso nella marea dei libri strenna, […].

Grazie di tutto, e un caro abbraccio dal

tuo

Momi»

 

 

25.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 24 ottobre 1961

Caro Gino

[…]

Ho parlato e riparlato con Morandi del mio testo. Morandi pensa ora che, senza che io diminuisca il ritmo del mio lavoro, gli dia l’ultima parte del testo, non ancora letta, tutta insieme. E, d’altra parte, direbbe che, per ora, tu dovessi fermare addirittura la composizione anche dalla parte che hai già a disposizione. Io non so che dirti, penso che Morandi, fin dall’inizio, abbia desiderato sul mio testo la supervisione in misura francamente eccessiva; e che ora nella sua mente il progetto sia quello di rivedere tutto per farmi eventualmente ancora “pressione” in vista di farmi togliere o modificare ulteriormente parti che gli paiano ancora troppo ardite. Vedi tu quello che puoi fare o vuoi fare. Tuttavia la cosa consolante è che Morandi si è ormai “abituato” al mio testo, e penso quindi che, pur con qualche difficoltà, si riuscirà ad arrivare in porto bene; come, a un certo punto, avevo temuto con grave angoscia che non fosse facile fare. Ti confesso che non mi sono ancora interamente rimesso, psicologicamente, da quella grave “stretta”; ma pian piano la cosa si va mettendo per il meglio, e perciò non temere sulla sostanza del lavoro.

Non ti manderò quindi più nulla di nuovo fino alla fine, che spero accadrà entro il mese di novembre.

[…]

Ti abbraccio, con il solito affetto

tuo

Momi»

 

 

26.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 28 ottobre 1961

Caro Ghiringhelli,

[…]

Arcangeli, d’accordo con me, crede opportuno non proseguire nella composizione delle bozze. Dato che c’è il tempo è bene rileggere il testo prima di darlo alle stampe definitivamente. Ho creduto opportuno metterla al corrente nella tema che Arcangeli tardi a comunicarglielo.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

 

 

27.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 1 novembre ‘61

Carissimo Gino

[…]

D’altra parte, caro Gino, la stretta delle lotte (non posso chiamarla altrimenti) con Morandi per le prime 100 pagine, concomitante all’arrivo di Mahon e di Kitson, e a grane per la Galleria mi aveva così angosciato, che avevo avuto un attacco di nevrosi cardiaca, e mi sentivo – forse te l’ho scritto – in stato di “pre-infarto”. Adesso va molto meglio, ma non era possibile non divagarsi un poco; cioè, non smettere di lavorare, ma pensare per qualche giorno ad altre cose. Così ho fatto e ho dovuto fare.

[…]

In un paio di giorni ho “rimesso in moto la macchina”, ho dormito abbastanza, e ho “messo in bella” già altre 15 cartelle. Nei giorni che sono tranquillo, puoi contare che io scriva 7 – 8 cartelle al giorno; e questa media, salvo qualche interruzione di un giorno (mostra Ferrari venerdì, visite a Mantegna non ancora visto), dovrei certo mantenerla, se non aumentarla. Quanto alla durata del testo, le 53 pagine di bozze che tu mi hai inviato corrisponde al 106 pagine della malacopia, a 101 della bella. Finora avevo guadagnato circa 5 – 6 cartelle passando dalla prima alla seconda stesura, ora non mi preoccuperò più d’abbreviare, o non mi preoccuperò molto. In ogni modo, se nulla succede penserei di darti tutto fra 20 – 25 giorni al più tardi; sperando che Morandi mi segua. Ho finito ora la cartella di seconda stesura 160, vedi che non sono poi troppo indietro, i 3/5 della mala copia sono già fatti, e puoi stare certo che se non c’era di mezzo la questione con Morandi almeno da quindici giorni avresti già avuto tutto il lavoro.

Mi dispiace non poterti dire ora con assoluta esattezza quale sarà il numero delle mie cartelle, fai conto che siano 270 – 275.

[…]

Un caro arrivederci

Momi»

 

 

28.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 6 novembre 1961

Caro Ghiringhelli,

[…]

Non ho ricevuto alcuna comunicazione riguardo a quanto le dicevo colla mia raccomandata del 25 ottobre. Riguardo due tricromie di paesi di proprietà Vitali e sulla opportunità di sospendere la composizione del testo della mia monografia dato che, come Lei stabilì l’ultima volta che ci incontrammo a Bologna, la pubblicazione veniva rimandata di quattro mesi, cioè al marzo del prossimo anno, prima della Pasqua. Anche Arcangeli mi ha detto di averle scritto in proposito. Ero rimasto molto soddisfatto della Sua decisione di rinviare la data d’uscita della monografia anche per dar modo ad Arcangeli di riconsiderare l’opportunità, anzi la necessità, di evitare ogni inutile polemica sopratutto verso Cassou, verso Argan e particolarmente verso Cesare Brandi, autore del testo di altra monografia, testo che io apprezzo ed approvo pienamente. Non puoi immaginare, caro Ghiringhelli, con quale dolore sono costretto a dirle che, se Arcangeli resterà fermo nei suoi propositi, sarò costretto a non autorizzare la pubblicazione del suo scritto. In tal caso si dovrà pensare ad incaricare altra persona. Ne sarei oltremodo dolente.

Sempre riguardo la monografia mi è stato riferito che Lei avrebbe deciso di affrettarne la pubblicazione, di farla cioè uscire entro il prossimo dicembre. Mi auguro che questa notizia, in pieno contrasto alla Sua precedente decisone, sia del tutto infondata.

[…]

Cordialmente il suo affmo

Morandi»

 

 

29.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 10 novembre 1961

Caro Ghiringhelli,

[…]

Non vedo l’ora che questa triste faccenda venga sistemata. Con molto dispiacere. Ma era inevitabile. Ha fatto di tutto perché la cosa finisse così.

Coi più cordiali saluti il Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 12 novembre ‘61

Carissimo Gino

ieri ho scritto un espresso abbastanza nel senso che dicevi tu (abbastanza, quanto mi è stato possibile) a Morandi. Questa sera ho aggiunto una lettera di cinque cartelle dattiloscritte. Insomma, gli ho dovuto spiegare che cosa è per me la critica, che quella che lui chiama “inutile polemica” è per me “indispensabile discussione di idee”, gli ho fatto presente che mi è inevitabile discutere con Brandi perché abbiamo idee opposte e il libro di Brandi è troppo importante per tacerlo. Tutto questo non per allarmarlo, ma per prepararlo anzi a quella inevitabile discussione che penso accadrà quando finalmente potrà leggere tutto il mio testo d’un fiato. È indispensabile che sappia prima fino a che punto, all’incirca, io posso venirgli incontro; altrimenti accadranno guai grossi, perché io le mutande non me le lascio cavare neanche da Morandi. Potrebbe accadere cioè che Morandi dica che il mio testo non gli piace. Mi ha scritto lui, è lui padrone di dirlo; mi sembra evidente. Naturalmente per me sarebbe una mezza rovina, non tale però che per evitarla io pensi d’accettare imposizioni sostanziali. Quanto a te, col libro pronto, troverai sempre chi potrà scriverti quelle 30 – 40 pagine indispensabili. Non ho scritto a Morandi, naturalmente, che, come io profondamente rispetto il Suo mestiere, così lui mostra di non rispettare il mio.

Dovevi esserci, sabato scorso, quando mi ha detto, quasi ferocemente: “Andiamo di male in peggio”. Insomma, un contegno così ingiusto io non lo sopporterei un’altra volta. Perciò, dopo quest’ultimo arresto dovuto all’espresso di Morandi, e all’attacco di nevrosi cardiaca che ne è conseguito, dopo aver buttato le basi per un’intesa che non può non esserci, riprendo a lavorare serenamente.

Ho deciso di non prendermela più, se potrò. Non ho fatto niente di male, anzi, almeno secondo le intenzioni, tutto di bene. Sarete voi a decidere sul mio lavoro quando sarà finito. Non stampare perciò, per ora, mi raccomando quella reclame per il libro. Potrebbe essere un errore.

[…]

Un abbraccio dal

tuo

Momi»

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Grizzana, 14 novembre 1961

Caro Ghiringhelli

Arcangeli mi ha scritto. Sono molto contento che la cosa si sia risolta così come del resto era mio desiderio. Speriamo bene.

[…]

Il Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 28 novembre 1961

Caro Ghiringhelli,

mi scusi se La disturbo. Ho pensato che sarebbe cosa molto opportuna riprodurre nella mia monografia anche un dipinto di proprietà di Cesare Brandi. Lei mi comprende caro Ghiringhelli e Lei ne immagina le ragioni. Credo inutile dire di più. Se Lei è del mio parere chiederei subito a Brandi la fotografia del quadro. Si tratta di una natura morta di conchiglie riprodotto nella seconda edizione della monografia.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Graziano Ghiringhelli

 

«Bologna, 26 dicembre ‘61

Carissimo Graziano

[…]

Ho ripreso (dopo lo sforzo enorme della Galleria, che mi aveva buttato nel più nero disordine) a lavorare al testo. 26 pagine in tre giorni non sono male. Cercherò continuare a tutto vapore per finire entro il 31 dicembre. Dillo a Gino, e digli che i miei dissapori con Raimondi mi hanno “rilanciato” presso Morandi. Insomma, pare che la cosa riprenda una piega non del tutto cattiva, e francamente sarebbe ora.

[…]

tuo

Momi»

 

 

34.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 27 dicembre 1961

Carissimo Gino

ho scelto con Morandi (e direi meglio, come quasi sempre, ha scelto Morandi) fra il mio materiale fotografico, le 4 opere da servirti per i neri.

[…]

Il mio lavoro procede bene. La riapertura della galleria mi ha dato un nuovo sentimento psicologico, tanto che vinco abbastanza facilmente il “mal di pancia” che le vicende sfortunate e l’assurdo comportamento di Morandi potevano provocarmi. Da tre giorni procedo a una media di circa 8 pagine al giorno e per il 31 dicembre voglio aver finito tutti i costi. Il ’62 deciderà.

[…]

Le cose con Morandi, almeno psicologicamente, vanno benissimo. Speriamo che serva al libro. I miei dissapori con quel birbante di Raimondi (mi dicono vada affermando in giro che io, per la Galleria, non ho speso bene i denari dei cittadini bolognesi: figurati, 100 opere per 15 milioni!) mi hanno “rilanciato” presso di lui.

Inoltre ieri, ritrovato in fondo a un cassetto, dov’era finito per il nostro trasloco del ’59, gli ho mostrato un disegno di Grizzana, agosto 913, che mi aveva dato anni fa. Me ne aveva chiesto un paio di volte, e forse credeva che, nello stile Raimondi, lo avessi venduto. Dopo 25 anni di devozione, i sospetti folli di Morandi nei miei riguardi sono stati la cosa più amara che mi potesse capitare; assai più che un giudizio negativo sul libro. Pazienza! Ormai, mi sto facendo la pelle del rinoceronte e ci vorranno altro che le palle dum-dum per forarla.

[…]

tuo

Momi»

 

35.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 30 dicembre 1961

Caro Ghiringhelli

[…]

Riguardo al testo di Arcangeli non credo bene chiedere pareri. Questo potrebbe peggiorare la situazione. Io, all’infuori che a Lei, non ho accennato ad alcuno di quanto è successo. Neppure agli amici più fidati. Speriamo che A. si sia reso conto di varie cose. Di Raimondi, ad esempio. Io non ho più accennato a nulla con lui ed attendo mi sia sottoposto di nuovo il testo.

Speriamo bene. Non dico di più caro Ghiringhelli.

[…]

il suo affmo

Morandi»

 

36.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 6 gennaio 1962

Caro Ghiringhelli

[…]

Caro Ghiringhelli, mi sento molto, molto stanco e tutto mi affatica. Come non mai. Non desidero, creda, che un poco di pace per poter lavorare se ancora ne avrò la forza.

Sta bene quanto mi dice. Non sapevo che l’Arch. Pica fosse vostro collaboratore.

Ho visto Arcangeli il primo dell’Anno ma non mi fu possibile parlargli perché erano presenti altre persone. Avrebbe dovuto venire il giorno dopo per portarmi una fotografia ma me la mandò a mezzo del fratello perché, mi fece sapere stava appunto lavorando al testo della monografia. Poi più nulla a tutt’oggi. Fra un paio di giorni farò il possibile per vederlo. Speriamo bene. Non so cosa pensare perché, mi sembra, aveva detto con Lei che avrebbe ultimato il lavoro alla fine dello scorso dicembre. Sarebbe opportuno Lei gli scrivesse per sollecitarlo. Senza dirgli naturalmente che io glielo ho consigliato. È necessario si decida perché il tempo passa preso e dopo quanto è successo è bene vederci chiaro e per tempo.

[…]

I più cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi»

 

  1. Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

 

«8 – 1 –1962

Caro Morandi,

stamani Arcangeli mi ha telefonato di avere ieri sera terminato il testo e che entro un paio di giorni porterà a Lei. Preso dall’entusiasmo della notizia, gli ho detto che era mia intenzione fare una corsa a Bologna in settimana e convenimmo senz’altro che sarebbe venuto da Lei a chiedergli se andava bene il giorno di venerdì prossimo, 12 corrente.

Soltanto più tardi leggendo il di Lei espresso del 6 gennaio che forse avevo precipitato, poiché avrei dovuto chiedere a Lei se un nostro incontro a tre era opportuno. Tuttavia una mia venuta a Bologna da Lei, senza avvisare Arcangeli forse non sarebbe opportuna e quindi se per Lei sta bene io verrò. Tanto più che Lei non potrà per quel giorno dire un suo parere sul testo, poiché ci vorrà un po’ perché possa leggere le 250 e più cartelle.

[…]

Affettuosamente

Suo Gino Ghiringhelli»

 

 

38.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 7 febbraio 1962

Caro Ghiringhelli,

avrà già saputo che sono stato indisposto cosa molto noiosa con febbre molto alta. Mi sono alzato ieri ed ancora non mi sento completamente bene. Ma spero in qualche giorno di ristabilirmi completamente. È quindi opportuno rimandare la Sua venuta qui alla prossima settimana. Domani dovrebbe venire Arcangeli per rivedere il testo.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 11 marzo 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Ed ora, caro Ghiringhelli, la pregherei di venire a Bologna perché desidererei mostrarle, ed esaminare assieme a Lei, il testo di Arcangeli. Non ci fu possibile parlarne giovedì scorso, ma è urgentefarlo.

Mi dispiace di darle tanto disturbo, ma la colpa non è mia.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi

Sarebbe opportuno che nessuno sapesse della Sua venuta»

 

 

  1. Peppino Ghiringhelli [?] a Giorgio Morandi, s.d.

 

[malacopia di una lettera non firmata e non datata. Si evincono il mittente ed il periodo – tra l’11 e il 23 marzo 1962 – dal discorso complessivo e dalla collocazione della minuta tra le altre lettere dei fratelli Ghiringhelli a Morandi].

 

«Caro Morandi

Arc. è stato qui puntualissimo col testo. Abbiamo avuto un colloquio a tre di alcune ore, nel quale siamo stati subito espliciti, fino alla crudezza, nell’impossibilità di trovare una soluzione alla quale lei si possa adattare, considerato anche lo scarso margine di tempo che ormai ci resta.

Ma egli si è dimostrato oltremodo condiscendente, sinceramente animato dal più affettuoso rispetto per Lei e non ci ha offerto nessuna possibilità di mandare tutto a monte. In verità eravamo anche un poco imbarazzati dal fatto di non conoscere esattamente la seconda parte del testo, e altro abbiamo dovuto quantomeno addurre al suo invito di leggere tutte le cartelle per [parola illeggibile].

Nel frattempo Arc. rifletterebbe sulla proposta da noi avanzatagli, di limitare il suo testo alla prima parte, fino al 1918, passando ad altri l’incarico di un testo sull’intera Sua opera. Non abbiamo fatto nomi al riguardo, ma abbiamo veduto che sul nome di Longhi egli quasi sicuramente si conformerebbe a questa soluzione – per la coerenza del metodo critico da maestro ad allievo.

Peraltro l’abbiamo trovato sinceramente disposto a tagli anche importanti, e preoccupato solo di non snaturare l’insieme del lavoro e le sue proporzioni.

Gino mi telefona ora che Arc. è stato con lui anche qualche ora nel pomeriggio, e che partendo, gli ha confermato le decisioni di mezzogiorno.

La preghiamo di farci conoscere il suo pensiero di massima. Mentre noi leggeremo nei prossimi due giorni il testo a nostre mani.»

 

 

41.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 23 marzo 1962

Caro Ghiringhelli,

ho ricevuto il Suo espresso e quello di Suo Fratello.

Le confesso francamente che la soluzione di pubblicare la sola prima parte del testo non mi sembra possibile. Purtroppo tutti sanno ormai come si sono svolte le cose. Come giudicheranno la critica ed il pubblico? Non si è mai ricorso a questo per il testo della monografia di un vivente.

Riguardo alla soluzione, non so se proposta da Arcangeli, di ricorrere al Prof. Longhi, mi sembra molto molto difficile poterla attuare. Io non mi sentirei mai di proporre questo al Prof. Longhi. So già cosa risponderebbe.

In quanto alla “condiscendenza” di Arcangeli sono certo che vi fate molte illusioni. Io ho già sperimentato questa “condiscendenza”. Come già a voce vi ho detto, fra due mesi le cose saranno ferme allo stesso punto. Ho fatto di tutto, usando tutta la mia pazienza per fargli comprendere la verità su moltissimi punti del testo, ma sempre inutilmente. Si ritornava e ci si ritrovava sempre al punto di partenza; allo stesso punto. Purtroppo A. non intende alcuna ragione.

Caro Ghiringhelli, mi scusi se ho creduto opportuno parlarle liberamente. Ho creduto mio dovere farlo. Con tanto, tanto dispiacere creda. Colla morte nel cuore.

Le sono infinitamente grato della Sua assicurazione che provvederà a risolvere Lei tutto senza mettere me in campo.

Caro Ghiringhelli, non ne posso proprio più.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

 

 

42.Francesco Arcangeli a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, venerdì 23 marzo 1962

Carissimo Gino

spero anche tu legga il mio testo; Peppino sarà forse più addentro di te nella letteratura, ma tu sai meglio cos’è stato e chi è Morandi e che cos’è la sua pittura. Non è che io speri molto della vostra lettura se Morandi è decisamente contrario; tuttavia, avrò almeno (se il testo vi piacerà fino in fondo) la soddisfazione morale di non aver demeritato presso di voi.

Certo, se volessi prendere alla lettera le righe che Morandi inviò a casa mia, in data 16 marzo 1962, dovrei dire che lui vi ha lasciati arbitri assoluti della questione. Ve la trascrivo fedelmente: “Caro Arcangeli, ho ricevuto la Sua lettera. Sono molto dispiacente di non trovarmi d’accordo con Lei riguardo al sottoporre il testo all’Ing. Belissi. Questo non perché io manchi di fiducia in lui, ma perché, a mio parere, le persone che possono giudicare in merito sono i Fratelli Ghiringhelli, i quali, oltre ad essere interessati come editori, danno il massimo affidamento per la loro competenza in materia”.

Stando a queste parole, sei tu con Peppino l’arbitro assoluto della questione. Magari lo foste; e cioè, penso che Morandi mi abbia scritto queste parole contando che la vostra visita abbia concluso che siete dalla sua, e che mi date torto.

Aspetto con ansia di sapere qualche cosa, con ansia – come dico – anche perché anche un conforto d’ordine morale mi fa bene in questo stato: ormai da cinque mesi i giorni passano, in realtà, come io fossi dentro a un cattivo sogno. Pazienza…

Ho ripensato alla proposta di Morandi di dare in lettura a Longhi il mio testo. Perché no? A Milano ho avuto, a torto o a ragione, una reazione d’orgoglio; ma, al di là di questa reazione, non vedo cosa ci sia di disdicevole per me se il mio testo sarà letto dal mio maestro, posto che io ne difenderò sempre, a costo di rinunciare a pubblicarlo, la sostanziale integrità e proporzione. Pensate perciò, quando avrete terminato la lettura, che mi auguro sia presto, se non sia veramente il caso di procedere a questo tentativo; ammesso naturalmente, e di questo siete giudici voi, che Morandi lo abbia detto seriamente.

[…]

tuo

Momi»

 

 

43.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 30 marzo 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Io desidererei di poterla vedere presto per poter prendere le decisioni definitive. Qui a Bologna c’è il Prof. Bloch. Le dirò a voce.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

 

«31 – 3 – 1962

Caro Morandi,

ieri sera tardi abbiamo spedito l’espresso a Longhi, di cui Le compiego la copia.

Spedito alla Posta centrale, ritengo che nella giornata di oggi gli perverrà.

Qui stamane la sua gentile lettera che ci annunciò ieri per telefono.

Noi restiamo d’accordo mercoledì, con mio fratello, a casa sua. E prenderemo insieme la decisione definitiva.

[…]

Se è andato a Firenze sono ansioso di sapere se Longhi ci farà un breve testo di apertura. Sarebbe importantissimo.

[…]

Suo affmo

Gino Ghiringhelli»

 

[unita alla lettera per Morandi, Gino Ghiringhelli invia la copia di quella che ha inviato il giorno prima a Roberto Longhi]

 

 

  1. Gino Ghiringhelli a Roberto Longhi

 

«Prof. Roberto Longhi

via Benedetto Fortini 30

Firenze

30 marzo 1962

 

Il prof. Gnudi ci ha telefonato che Lei è tanto cortese da occuparsi di comporre il dissenso fra Morandi e noi con Arcangeli.

Gliene siamo profondamente grati, poiché solo la Sua autorità può dare qualche speranza di fronte alla intransigenza di Arcangeli. Il quale ci confermava ancora in questi giorni in una lettera che “difenderà sempre, a costo di rinunciare a pubblicarlo, la sostanziale integrità e proporzione del testo”.

È ciò a indisporre Morandi. Che comunque è profondamente turbato né evidentemente ritroverà mai la sua calma con questo libro di Arcangeli.

Dal punto di vista editoriale non possiamo che condividere questo sconcerto di Morandi di fronte a 280 pagine di grande formato, nelle quali l’attenzione del lettore è dispersa dalle troppe cose trattate, spesso di interesse marginale, se pensiamo che, attraverso l’interpretazione di traduttori, inglese e tedesco, ci si rivolge al pubblico dei più diversi Paesi.

Oggi abbiamo telefonato a Morandi riferendogli la Sua offerta. Egli ci ha assicurato che lunedì verrebbe egli stesso da Lei a Firenze.

Restiamo pertanto nell’attesa di cortesi assicurazioni Sue e di Morandi, ansiosi di conoscere i risultati dell’incontro.

Coi più cordiali saluti, »

 

 

 

  1. Roberto Longhi a Gino Ghiringhelli

 

«Firenze, 31, 3, 1962

Caro Ghiringhelli,

dopo quanto mi ha riferito or ora Morandi vedo che un mio eventuale ufficio di mediatore è cosa quasi disperata. Ciò che del resto risulta anche da quanto Ella mi dice nella Sua lettera.

In ogni caso bisognerebbe ch’io potessi leggere il testo di A. Dubito di poterlo chiedere a lui. Pensa di potermi mandare Lei per qualche giorno la copia Sua che io Le ritornerei non appena studiata e annotata?

Mi auguro che, dall’esame, venga ad affrirsi almeno la possibilità di includerne uno o più brani in quell’ “antologia” di scritti vari su Morandi, verso la quale, mi dice M. stesso, vi state orientando.

Lei cosa pensa di questo? Tenga presente che gli eventuali “convitati” all’ “antologia” non acconsentirebbero a comparirvi se Arc. non vi avesse una parte; e magari la più rilevante.

Vediamo di salvare il salvabile. E Lei ad ogni modo mi faccia saper subito qualcosa

Cordialmente

Suo

Roberto Longhi

P.S. Resta naturalmente aperta la possibilità che A. non aderisca neppure a questa formula. Ma pure giova sperare»

 

 

  1. Edizioni Milione a Roberto Longhi
[telegramma]

 

«2. 4. 62

SPEDITOLE TESTO ARCANGELI MANOSCRITTI ESPRESSO.

EDIZIONI MILIONE»

 

 

  1. Edizioni Milione a Roberto Longhi
[telegramma]

 

«10 . 4. 62

ANSIOSO SUO GIUDIZIO PREGOLA RISPEDIRMI TESTO VIA SACCHI 3 GRAZIE CORDIALITÀ

GHIRINGHELLI»

 

 

49.Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

 

«11 aprile 1962

Caro Morandi,

Sono restato tutto il giorno nell’attesa della telefonata di Arcangeli, come questi era d’accordo con la telefonata di Peppino, di lunedì mattina. Inutilmente.

Di conseguenza con mio fratello si è deciso che da stasera è decaduta definitivamente la nostra proposta di pubblicare la prima parte del suo testo, senza più farci vivi con lui.

Ci sentiamo con la coscienza a posto. Tutti abbiamo fatto il possibile per salvare l’amico.

La dobbiamo pertanto pregare di essere tanto cortese dal dare corso ad un Suo invito a Lamberto Vitali, perché voglia fare lui il testo della nostra edizione.

Non appena avremo avuto la conferma che Vitali, in via di massima, acconsentirebbe, prenderemo noi accordi diretti per un contratto editoriale.

A seguito della Sua telefonata di ieri sera, abbiamo telegrafato a Longhi in questi termini: ANSIOSO SUO GIUDIZIO PREGOLA RISPEDIRMI TESTO VIA SACCHI 3 ecc.

Ovviamente dovevamo giustificare il telegramma con la richiesta del suo giudizio. Ma senza intendere con questo di dilazionare la nostra attesa della risposta di Arcangeli.

Sempre fermi nel proposito di chiudere nel nostro cassetto questo testo.

Ci auguriamo che finalmente potremo tutti riacquistare la nostra serenità.

Gradisca i miei ringraziamenti, coi più affezionati saluti»

 

 

  1. Roberto Longhi a Gino Ghiringhelli

 

«Firenze, 12 Apr. 1962

Caro Ghiringhelli,

ho affidato or ora ad Arcangeli che viene a Milano il dattiloscritto da Lei gentilmente inviatomi.

Ho espresso ad Arcangeli la mia impressione e qui la dico, sia pure sommariamente, anche a Lei.

Il libro come sostanza esiste già; soltanto non è ancora “fatto”. La struttura vi è ancora nascosta dalla pletora dei riferimenti sia retrospettivi che anticipanti. Occorrerebbe, a mio parere sfrondarlo, pausarlo, equilibrarlo; ma dalle parti valide già in essere verrà fuori, già si vede, il libro principe che tutti attendono su Morandi e che nessun altro sarebbe in grado di fare.

Naturalmente la “messa a punto” non è cosa di poco momento, né di poco tempo e voi, come bene intendo, avete bisogno di far uscire presto lo splendido materiale illustrativo che avete raccolto. In tal caso credo anch’io che la soluzione di un testo antologico, partendo dai tempi di Bacchelli e arrivando fino agli interventi di Arcangeli stesso, anteriori al suo odierno elaborato (giacché egli non acconsente a presentarne un solo frammento) sia ancora la soluzione meno sgradevole; sarà un libro “documentario” come “documentario” è anche il corredo illustrativo.

Naturalmente, da parte mia, io farò tutto il possibile perché una seconda edizione col testo (una volta messo a punto) di Arcangeli possa realizzarsi con il consenso di Morandi.

Tutto sommato io penso che i dispareri attuali potranno superarsi con un po’ di reciproca pazienza e buona volontà. Ma sarebbe un peccato grave che un lavoro così imponente e sostanzialmente pieno di dedizione al proprio argomento andasse perduto.

Questo, per quel che vale, è il mio sincero convincimento.

Mi abbia, caro Ghiringhelli, per

Il Suo

Roberto Longhi»

 

 

Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

 

«13 aprile 1962

Espresso

 

Pittore Signor

Giorgio Morandi

via Fondazza 36

BOLOGNA

 

Caro Morandi,

Vengo a sapere che Lamberto Vitali non ha voluto fare il testo della Cartella di Disegni di Giacometti che egli stesso cura per Einaudi, asserendo di sentirsi troppo stanco. E questa cosa è di questi giorni.

Non vorremmo pertanto che il suo stato di salute gli faccia dire di no anche a Lei e a noi.

Mi parrebbe dunque il caso, andando Lei a Firenze lunedì, di avanzare la proposta a Longhi.

Tenga presente che Bloch ha molto insistito con me nella sua convinzione che Longhi avrebbe fatto volentieri il testo per Lei, ma che vorrà essere molto pregato.

Vero che la posizione di Longhi è oggi compromessa dal precedente di Arcangeli; ma si dovrebbe anche fargli rilevare che solo la firma di Longhi rimedierebbe con una certa dignità la bocciatura del suo allievo.

Da parte nostra restiamo ovviamente a disposizione per una corsa a Firenze o per tutta l’insistenza necessaria a smuovere Longhi; purché egli non Le abbia espresso un no categorico.

Nell’attesa di un Suo cortese cenno, La saluto con affetto»

 

 

52.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 14 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

ho ricevuto il Suo espresso e sono molto dispiacente di quanto mi dice.

Io, creda, non mi sento di chiedere al Prof. Longhi di fare il testo per la mia monografia. Non ho avuto il coraggio di chiederglielo in passato benché lo avessi desiderato moltissimo. Ora, dopo quanto è successo, sono certo che Longhi non accetterebbe questo incarico.

Sono molto, molto stanco caro Ghiringhelli e questa sera non sono neppure in grado di pensare a questa penosa situazione. Le scriverò non appena mi sentirò, spero, un poco più calmo.

Grazie di tutto e mi scusi.

I più cordiali saluti dal

Suo affmo

Morandi

P.S. Se crede, senta Lei da Longhi, io non ne ho proprio il coraggio».

 

 

53.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 16 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

questa mattina ho ricevuto una lettera da Vitali il quale mi dice che sta preparando un articolo su di me per la rivista Goya di Madrid. Mi dice si tratta della rivista più importante della Spagna. Questa notizia mi fa sperare che Vitali possa accettare l’incarico di fare il testo per la monografia. In ogni modo io attendo una Sua comunicazione al riguardo perché Lei avrebbe già potuto rivolgersi al Prof. Longhi. Si potrebbe far fare uno scritto a Vitali e ristampare lo scritto di Gnudi, parte del Brandi e la presentazione di Pallucchini per la mostra di San Paolo. Questo se Vitali non si sentiva di fare l’intero testo.

La cosa migliore sarebbe quella che Vitali accettasse l’incarico di scrivere l’intero testo. Mi dica, caro Ghiringhelli, cosa pensa di tutto questo.

Ho ricevuto il telegramma col quale mi annunzia di essere rientrato in possesso dello scritto di A. Le dirò poi quanto penso sarebbe bene decidere in proposito.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi »

 

 

54.Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

[telegramma]

 

«19. 4. 1962

VITALI LUSINGATISSIMO PREOCCUPATO DECIDERÀ IN BREVE

GHIRINGHELLI»

 

 

  1. Gino Ghiringhelli a Roberto Longhi

 

« 20 aprile 1962

Ill. Professore,

La ringrazio moltissimo dell’autorevole giudizio e del prezioso consiglio.

Essi confortano, praticamente, i nostri disegni.

Ma ci dobbiamo ora guardare da qualsiasi possibilità di nuove sorprese e complicazioni, scegliendo fra le soluzioni possibili la più piana e sicura.

Mi riservo l’onore di ricorrere nuovamente al Suo aiuto.

Le rinnovo frattanto l’espressione della mia più sincera deferenza,

Gino Ghiringhelli»

 

 

56.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 20 aprile 1962

Caro Ghiringhelli

Ho ricevuto il Suo telegramma. Speriamo che Vitali accetti l’incarico. Gli ho già scritto in proposito.

Ieri ho ripreso a lavorare, speriamo bene.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

 

 

57.Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 26 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

oggi mi ha scritto Vitali il quale ancora non si decide ad accettar l’incarico di scrivere il testo per la mia monografia. Io gli ho scritto pregandolo ancora. Gli faccia presente, anche Lei, che non si richiede un testo molto lungo. È, come gli ho detto, sufficiente un testo come quello da Lui scritto per la monografia delle incisioni. Cose molto diverse non si possono dire; dirà sempre cose più precise e giuste di quanto ha scritto A. Gli faccia leggere il testo perché possa persuadersi che Lui lo potrà fare assai meglio. e soprattutto con maggiore coscienza.

Mi faccia sapere se nel testo che Le è stato restituito è stato tolto qualcosa, con gli appunti che Le diedi potrà farlo facilmente.

[…]

Cordialmente

il Suo affmo

Morandi»

 

  1. Gino Ghiringhelli a Giorgio Morandi

 

«Caro Morandi,

Vitali è venuto ieri da me. È molto preoccupato, pur essendo lusingato fino alla commozione, dubitando delle sue forze e capacità. Gli ho lodato questa assenza di ogni presunzione (quale differenza con A.!!), ma l’ho, naturalmente, incoraggiato a vincere ogni sua perplessità e indugio.

Riterrei perciò, più che mai necessario il di Lei viaggio a Milano entro la settimana prossima, onde rinfrancarlo.

Ieri sera ho avuto una lunga telefonata con Gnudi, in ritiro nel Trentino per scrivere il catalogo della mostra bolognese. Si dice informato del giudizio favorevole di Longhi. L’ho smentito energicamente in quanto la lettera di lui in nostro possesso convalida la nostra convinzione nel ritenere il testo evasivo e dilagante oltre ogni misura e oltre a certi arbitrari discernimenti critici non condivisi da Morandi stesso, consigliandolo quindi a non insistere in questa sua inutile mediazione tra noi e A.

[…]

Gino Ghiringhelli

Milano, 27 aprile 1962»

 

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 29 aprile 1962

Caro Ghiringhelli,

grazie del Suo espresso. Ha fatto benissimoa rispondere a Gnudi come mi dice. Mi meraviglio di tanta ingenuità. Ritengo che a dirgli che il giudizio di Longhi era favorevole sia stato lo stesso A. Di sorpresa in sorpresa, caro Ghiringhelli: chi avrebbe mai immaginato quanto succeda nella povera testa di A. Fà anche molta pena.

Non dubiti che farò tutto il possibile per venire a Milano la prossima settimana.

[…] Potrei così restare a Milano anche giovedì e ripartire venerdì 4 maggio. La pregherei di telefonare a Vitali per sapere se non ha nulla in contrario riguardo la mia venuta e telegrafarmi in proposito entro lunedì, possibilmente. Invierò un espresso anche a Vitali. Nel caso che Gnudi Le chiedesse il testo di A. La consiglio a non aderirvi. Gnudi può chiedere ad A. la copia in suo possesso che, mi risulta, è stata letta anche da altri. Che correttezza! Mi scusi se le consiglio di regolarsi così.

[…]

Cordialmente il

Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli
[telegramma con data illeggibile; si tratta comunque dei primi giorni di maggio 1962]

« ARRIVO DOMANI UNDICI E VENTISEI CORDIALMENTE – MORANDI »

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 10 maggio 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Grazie ancora, caro Ghiringhelli di tutto. E speriamo che, finalmente, tutto si rimetta a posto. Vitali mi ha mandato un questionario che gli farò avere al Suo ritorno da Londra.

[…]

Cordialmente il Suo affmo

Morandi»

 

 

  1. Mino Maccari a Giorgio Morandi

 

«Roma, Addì 15 maggio 1962

Caro Morandone,

[…]

E speriamo che Arcangeli non ti attribuisca chissà quali intenzioni, derivazioni, filiazioni, interiorizzazioni, elucubrazioni, ecc.

tuo Maccari»

 

 

  1. Giorgio Morandi a Gino Ghiringhelli

 

«Bologna, 29 maggio 1962

Caro Ghiringhelli,

[…]

Se crede, caro Ghiringhelli, non ne posso proprio più. Dopo la faccenda del testo il premio “Rubens”. Passerà anche questo. L’importante è che si possa concludere il testo per la monografia. Se crede non riesco più a trovare la tranquillità necessaria per poter lavorare. Speriamo bene.

[…]

Suo affmo

Morandi »

 

  1. Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

 

«12. 6. 62

Carissimo Morandi

[…]

Ho riparlato in questi giorni con Ghiringhelli, ma se debbo essere franco come sono stato franco con Lui, non riesco a modificare il mio punto di vista a proposito delle illustrazioni; così come è stato concepito, non mi persuade affatto. D’altra parte bisogna pensare che il libro non arriverà per le mani di dieci persone soltanto e soprattutto è destinato ad avere una diffusione anche fuori d’Italia: doppia ragione, mi pare, per considerare bene le cose prima di prendere una decisone definitiva.

[…]

Credo anch’io che sarebbe bene vedersi daccapo nella speranza che non si finisca per prendersi per i capelli. […]

Cordialmente

Lamberto Vitali»

 

 

65.Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

 

 «29. 7. 62

Carissimo Morandi

[…]

Nessuno più di me desidera che le cose tornino come prima fra Lei e i suoi amici; speriamo che ormai vadano avanti per questa strada.

[…]

Cordialmente

Lamberto Vitali»

 

 

  1. Francesco Arcangeli a Giorgio Morandi

 

«Bologna, 14 agosto 1962

Caro Morandi,

aspettavo il Suo telegramma: è venuto, e La ringrazio di cuore per avere ricordato così la mamma che non c’è più. […]

Perdoni se le ho scritte tutte queste cose, ma Lei sa come la mamma avesse per Lei, per quanto glielo consentiva l’età, un sentimento particolare; e posso dirLe che, anche dopo le ultime sventurate vicende, aveva maturato per Lei, confusamente sia pure, un ricordo profondo.

A Lei, anche da parte dei miei, ancora grazie

suo

Francesco Arcangeli»

 

  

  1. Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

 

«26. 10. 62

Carissimo Morandi

[…]

A Bologna sono stato a lungo con Arcangeli, mentre non ho potuto vedere Gnudi che era in Olanda. Sono stato contento di aver potuto parlare con Arcangeli e continuo a sperare che troverete il modo di riprendere ad intendersi come vi siete sempre intesi per tanti anni».

 

 

  1. Lamberto Vitali a Giorgio Morandi

 

«Milano 7. 11. 62

Carissimo Morandi,

rispondo subito alla Sua lettera che mi ha fatto, come al solito, molto piacere, ma, glie lo confesso, mi preoccupa non poco.

La questione dei rapporti fra Lei e A. e G. riguarda evidentemente solo Lei ed è forse un’indelicatezza da parte mia di voler anche minimamente dar dei consigli; ciò tuttavia non mi impedisce, credo, di mantenere il mio punto di vista, anche perché sarei felice se l’atmosfera attorno a Lei si rasserenasse completamente.

In quanto al resto, carissimo Morandi, mi permetta di ricordarle che a suo tempo misi ben chiaro che non potevo assumere impegni soprattutto per quello che riguardava il tempo. Lei si dimentica che ho ormai 66 anni […]

  1. ha messo cinque annia preparare il suo manoscritto; io non chiedo cinque anni, ma il minimo necessario.

Ma soprattutto questo desidero dirle e dirle proprio con il cuore in mano. La nostra amicizia dura da più di 35 anni ed è stata – credo – un’amicizia senza nubi di nessun genere. Non vorrei a nessun costo che questo mio impegno la turbasse, perché allora preferirei rinunciare a scrivere una sola riga. E non vorrei, aggiungo, che quello che sto scrivendo non le andasse a genio; le chiedo, e francamente spero di non chiedere troppo, di lasciarmi libero di dire quello che penso in tutta sincerità, anche se su qualche particolare potrà non essere d’accordo.

[…]

Il suo affmo

Lamberto Vitali»

 

  1. Giorgio Morandi a Cesare Brandi

 

«Bologna, 6 febbraio 1963

Carissimo Brandi,

grazie della Sua lettera, di quanto mi dice e della Sua amicizia. Riguardo alla dolorosa faccenda del testo di Arcangeli desidero, per chiarezza, mettrLa al corrente di quanto è successo. Le ragioni per cui siamo stati costretti, tanto io che l’Editore, a rifiutare il testo di A. oltre alle tante sciocche polemiche, fu anche dovuto al non aver voluto comprendere od addirittura deformare molti aspetti del mio lavoro. Le confermo che il primo dissidio nacque dalle ingiustificate e sciocche polemiche contro di Lei e contro Argan. Contro di Lei particolarmente riguardo al testo della mia monografia edita da Le Monnier e che, come Lei sa, ho sempre approvato ed approvo ancora pienamente. Ma non solamente verso studiosi d’arte erano rivolti, diciamo pure, i suoi rancori, ma anche verso altri amici come, ad esempio, Eugenio Montale. In questo caso per giungere addirittura ad una graduatoria di merito: primo Morandi, secondo Montale.

Dava l’impressione che il suo desiderio era quello di far nascere dissapori ed allontanare vecchi e cari amici. Modo di procedere veramente “nobile”. In conseguenza di quanto aveva scritto su di Lei, su Argan e su Montale gli inviai due lettere per protestare ed invitarlo a smettere. L’ultima di queste lettere iniziava così: “ancora una volta e per l’ultima volta”. Conservo ancora le minute di queste lettere che Le mostrerò alla prima occasione che avremo di rivederci. In conseguenza di quest’ultima, con cui gli ingiungevo di finirla, tolse buona parte degli attacchi contro di Lei e verso Argan, contro il quale non disarmò mai completamente.

Avevo deciso di togliergli, d’accordo con Ghiringhelli, l’incarico di scrivere il testo. Non lo facemmo riguardo alle sue “condizioni di salute” e nella speranza che avesse inteso.

Oltre a quanto Le ho già detto, attacchi ad artisti contemporanei: Braque, Villon, e, soprattutto contro Picasso. “Il talentoso Picasso” a proposito di Guernica.

Fra tante sciocchezze di cui parecchie in evidente malafede, anche quella di cui Lei mi parla per cui io sarei “il padre dell’informale” faceva parte del testo. E tante altre sciocchezze di calibro non inferiore. Usai tutta la pazienza possibile nella speranza di fargli comprendere che ogni polemica, ogni giudizio critico compreso nel testo poteva considerarsi da me pienamente condiviso ed approvato. Ho pazientato sei lunghi mesi cercando con ogni mezzo di fargli comprendere tutti questi errori prima di costringermi, d’accordo con l’Editore, a respingere definitivamente il testo. Purtroppo ho imparato a conoscere questo signore. Mi sono reso conto della sua ipocrisia e di tutta la sua inimmaginabile doppiezza. Nel suo animo vi è qualcosa di veramente pauroso. Tutto questo si può comprendere ed anche scusare dato lo stato della sua mente.

Ma, tenendo conto anche di questo, con dispiacere ritengo difficile, per non dire impossibile, riprendere rapporti normali con lui.

Caro Brandi, ancora La ringrazio. Lei è tra le persone che si sono rese conto di come stanno realmente le cose. E spero di poterLa rivedere preso a Bologna come mi dice. Lo desidero vivamente.

I più cordiali saluti dal

 

Suo affmo Morandi

 

P.S. Mi scusi il ritardo nello scriverLe dovuto a non lieve indisposizione».

 

NOTE

[1]Cfr. Cesare Brandi, cit., 1990, p.

[2]Brandi si riferisce qui al catalogo della mostra, da lui curata, The collection of works by Giorgio Morandi 1890-1964 belonging to Professor Luigi Magnani, Edinburgh, Scottish National Gallery of Modern Art, poi Cambridge, agosto-settembre 1965.

[3]La lettera citata si trova in Lucia Fornari Schianchi(a cura di), Cesare Brandi Luigi Magnani. Quattrocentoventi lettere inedite, Prato, Gli Ori, 2006, p. 218.

[4]Cfr. la lettera di Morandi ad Arcangeli del 6.11.1962 e la risposta di Arcangeli del 12.11.1962, entrambe pubblicate in Luca Cèsari,cit., 2007, p. 654 e 655-660.

[5]Cfr. Luca Cesari, cit., p. 665-666: «Ti chiedo quindi, dopo matura riflessione, di fare esecuzione a quanto mi spetta di diritto, che è quanto è stato convenuto, e convalidato dalla tua e dalla mia firma, in data 26 gennaio 1961. Ti chiedo cioè la pubblicazione del libro, che è stato scritto e pagato per esser pubblicato, non per non esserlo».